viva arte viva: biennale di venezia 2017; ecco cosa ci aspetta

Viva Arte Viva: questo è il titolo scelto dalla curatrice Christine Macel per la Cinquantasettesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, che inaugurerà il prossimo 13 maggio per chiudere il 26 novembre.
Nove capitoli tratteggeranno il doppio percorso espositivo, come sempre suddiviso tra Arsenale e Giardini, alla scoperta dei 120 artisti invitati, dei quali ben 103 (evviva davvero) alla prima esperienza in Biennale.
Questi nove capitoli (o famiglie di artisti)  rappresenteranno dei veri e propri padiglioni transnazionali, in omaggio alla pratica, unica al mondo, dei padiglioni nazionali, anche quest’anno in grande numero e con quattro new entries, Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria e Kazakistan.
Si parla di neoumanesimo, di attenzione specifica alle molteplici pratiche e modalità di fare arte, di un interesse verso l’interazione e la conoscenza approfondita dei linguaggi e dei contenuti presenti nelle opere.
Ci saranno, quindi, tavole aperte, dialoghi ed incontri e addirittura pranzi con gli artisti, così come anche un programma dedicato alla performance, agli studenti e diverse attività di laboratorio.
Interessante il Progetto Pratiche d’Artista, avviato qualche giorno fa, che prevede la pubblicazione quotidiana di un video di presentazione del lavoro di ogni singolo artista (in ordine rigorosamente alfabetico), realizzato dall’artista stesso; nel momento in cui scriviamo siamo alla fine della lettera “C”, andate sul sito della Biennale e dategli un’occhiata, vale la pena di seguirlo con una certa periodicità.
Abbiamo, ovviamente, dato uno sguardo alla lista degli artisti invitati ed anche alla programmazione dei padiglioni, giocando a capire dove si incanalerà la nostra curiosità nell’attesa.
Fermo restando che di norma le grandi biennali servono per scoprire nuovi orizzonti e nuovi eroi, questi sono i nomi verso i quali abbiamo rivolto le nostre antenne.

Iniziamo con gli artisti internazionali ampiamente conosciuti ed apprezzati, pochissimi in realtà, come  Kader Attia, Olafur Eliasson, Philippe Parreno, Petrit Halilaj e Gabriel Orozco, dal quale è lecito attendersi qualche piacevole sorpresa (forse non esporrà una scatola di scarpe vuota, stavolta, come nella storica Biennale curata da Francesco Bonami), ai quali aggiungiamo il brasiliano Ernesto Neto (chissà se in dialogo con l’americano Senga Nengudi) e gli albanesi Anri Sala ed Edi Rama, quest’ultimo non omonimo del Primo Ministro dell’Albania, ma proprio lui in persona.
Come non notare, inoltre, la presenza di alcuni ultrasettantenni d’assalto come i “nostri” Giorgio Griffa e Riccardo Guarneri, i giapponesi Kishio Suga e Takesada Matsutani o la statunitense Anna Halprin, classe 1920.
Interessante anche l’operazione di recupero e riscoperta di artisti deceduti, alcuni con poetiche decisamente accostabili, in un possibile confronto di natura estetica e concettuale che parte dalla sardegna di Maria Lai, per giungere allo Zambia di John Latham e, perché no, alla Francia di Raymond Hains, riportando alla luce anche la ricerca di artisti come Hassan Sharif, Bas Jan Ader o Franz West.
Molto rappresentata, in generale, è comunque la generazione di mezzo, formata da artisti trenta-quaranta-cinquantenni dediti ai linguaggi più disparati, con ricerche specifiche, curricula seri e profili decisamente meritevoli di tale vetrina, i cosiddetti mid-career, termine che vuol dire tutto e niente ma che viene molto usato da chi vuole ben figurare in una discussione critica.
Occhio quindi alla scultura astratta dalla matrice performativa di Karla Black, alla pittura visionaria di Andy Hope 1930, all’espressionismo grafico di Dan Miller, ai dialoghi con la natura di Marcos Avila Forero o di Michel Blazy e alle atmosfere psichedeliche di Jeremy Shaw, già presente nell’ultima Manifesta, lo scorso anno.
Curiosità anche per la possibilità di vedere in mostra la creatività eclettica del serbo Mladen Stilinovic e del giapponese Koki Tanaka, artista con una forte propensione all’interattività e al coinvolgimento del pubblico, ma anche per scoprire in che modo sarà declinata la ricerca legata alla scienza e ai fenomeni fisici della gallese Cerith Wyn Evans.
Come non notare poi la presenza di Mondrian Fan Club, duo (in verità decisamente transgenerazionale) dedito alla sperimentazione e alla performance formato dagli artisti David Medalla e Adam Nankervis.
C’è anche chi, almeno così sembra, ricostruirà a Venezia il proprio studio, realmente trasferendocisi per tutta la durata della Biennale e permettendoci quindi di scoprire il suo modo di lavorare: parliamo dell’americana Dawn Kasper, che risponde così in pieno, quasi alla lettera, al tema dettato dalla curatrice.

Tra i padiglioni nazionali, oltre naturalmente all’Italia di Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, c’è attesa per gli affermatissimi Tracey Moffatt (Australia), Phyllida Barlow (Gran Bretagna), Sislej Xhafa (Kosovo) e Mark Bradford (USA).
Grande curiosità, da parte nostra, per il Lussemburgo (padiglione che regala sempre grandi soddisfazioni) con la genialità lisergica di Mike Bourscheid nella ormai storica sede di Ca’ del Duca e per l’Islanda, che offre ad Egill Saebjornsson la possibilità di esprimersi negli ambienti suggestivi dello Spazio Punch, alla Giudecca, altra realtà veneziana sicuramente da tenere sott’occhio anche al di fuori della Biennale.
Visite alle quali dedicare particolare attenzione, secondo noi, anche per il padiglione tedesco affidato ad Anne Imhof, per quello spagnolo con Jordi Colomer e per il Canada che presenta Geoffrey Farmer, artista dalla creatività brillante e bizzarra.
Citazione d’obbligo per Vincent J. F. Huang, che espone per la seconda volta consecutiva nel padiglione di Tuvalu, dopo il successo anche mediatico dell’installazione di due anni fa e per Tintin Wulia, artista che di norma colpisce per la sua visione estetica rivolta alla riflessione su temi politici e sociali, scelta per il padiglione indonesiano.
Chiudiamo con alcune accoppiate interessanti: Erkka Nissinen e Nathaniel Mellors nel padiglione finlandese, Candice Breitz e Mohau Modisakeng in quello sudafricano e Brigitte Kowanz con il sempre geniale Erwin Wurm, artista che promette ironia e sorpresa, nel padiglione austriaco.
Ultima citazione per la collettiva presente nel padiglione dei Paesi Nordici, ai Giardini, nella quale segnaliamo l’essenzialità, la poesia e l’alchimia installativa di una grandissima artista, la svedese Nina Canell.

Insomma, dovevamo selezionare in partenza alcuni contenuti e ne abbiamo sciorinati una quantità industriale.
Del resto una Biennale, anzi “La” Biennale, offre talmente tanti stimoli che sarebbe impossibile sintetizzarne un piccolo numero, peraltro senza, ovviamente, aver ancora visto nulla.
Noi sul pianeta Artequando non abbiamo mai negato il nostro incondizionato amore verso la Biennale di Venezia, quindi fremiamo nell’attesa.
Attenderemo parecchio perché, con tutta probabilità, ci andremo, come sempre facciamo, almeno tre mesi dopo l’apertura, avendo quindi modo di inquinarci per benino con le critiche, positive e negative, che avrà nel frattempo generato.
Nessun problema, siamo abituati.
Anche all’attesa siamo abituati.
Quando si ama, del resto, si aspetta o almeno bisogna saper aspettare.
Buona attesa, allora, ma soprattutto buona Biennale che verrà.

Co.Ma

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *