solo: i supereroi siamo noi

Quando vedi un supereroe in strada ci sono tre possibilità: è carnevale, hai bevuto troppo oppure sei di fronte ad un’opera di Solo, street artist romano da sempre legato al mondo dei fumetti e alla loro più imprevedibile poetica.
Lo abbiamo incontrato nella sua casa, tra maschere di spiderman, comics, bombolette di colore, serigrafie e un computer eternamente connesso ad internet e al suo vasto archivio di opere in formato jpeg.
Lui, 33 anni, è un fiume in piena di parole, ricordi ed aneddoti, sciorinati con la tipica veracità romana e la straripante simpatia popolare di un ragazzone di borgata che oggi è, con grande merito, un artista affermato e largamente riconosciuto non solo dagli amanti dell’arte urbana.

Artequando: Iniziamo parlando della tua “vita precedente”. Qual è il tuo primo ricordo legato al disegno o alla pittura?
Solo: Io ho sempre avuto un’ottima manualità, da ragazzino mi divertivo a smontare e rimontare oggetti di qualunque tipo e ancora oggi, se vado al mare, mi metto a fare castelli di sabbia. Il primo ricordo relativo al disegno risale proprio all’infanzia. Un mio cugino più grande aveva fatto un ritratto a mia madre nel giorno del suo compleanno e lei lo mostrava orgogliosa a tutti gli invitati della festa. Io ero gelosissimo ovviamente e da quel  momento iniziai ad esercitarmi nel disegno per superare quel ritratto e di fatto non mi sono mai più fermato. Ho fatto il liceo scientifico su suggerimento dei miei genitori che pensavano che l’artistico fosse troppo settoriale e mi potesse precludere altre strade. Durante quegli anni al Morgagni di Monteverde sono venuto in contatto con tutta una serie di realtà che non conoscevo minimamente. Tu devi pensare che io vengo dal Trullo degli anni ottanta, senza internet e con pochissimi contatti con il “mondo esterno”. Al liceo invece avevo come compagni di classe ragazzi della mia stessa età ma che avevano fatto esperienze diverse dalle mie magari semplicemente perché abitavano in un quartiere meno ovattato e più aperto. Ho conosciuto all’epoca il mondo del rap e dei graffiti, un ambiente non ancora teorizzato e storicizzato come oggi ma estremamente vivo e interessante. Ho iniziato così a fare writing. Finito il liceo non avevo un’idea chiara su come proseguire negli studi e ho tentato diverse strade, finché molto casualmente mi sono trovato ad accompagnare una mia amica d’infanzia a fare l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti. Io credo molto nelle coincidenze e nel destino, vedrai quante volte ti ripeterò questa cosa. Appena arrivato a via di Ripetta vedo un sacco di gente sul prato, uno con la chitarra, un altro che faceva una scultura di due metri, belle ragazze… un Paradiso. Ovviamente mi sono iscritto, pur senza avere la benché minima idea di cosa volesse dire realmente “fare l’artista”. Mi sono ritrovato come compagno di corso un amico che all’epoca già faceva mostre e vendeva quadri, Andrea Ambrogio, che mi ha preso sotto la sua ala protettrice e mi ha aiutato a capire questo mondo, avendone appunto già una discreta esperienza. Oggi è un artista affermato e secondo me molto meritatamente, perché è davvero bravo. Grazie a lui ho iniziato a prendere sul serio questa attività che, devo dire, già all’epoca mi piaceva tantissimo. In più ero fortemente motivato dal fatto che vedevo intorno a me una precarietà pazzesca nella vita di ogni persona della mia stessa età che aveva intrapreso altre strade: disoccupazione, lavori sottopagati e in nero, insomma… non è che “fare l’artista” fosse una scelta particolarmente più folle che fare altri mestieri. Eccomi qui oggi infatti, figlio di quell’epoca e di quella scelta.

immagine dalla casa di Solo
immagine dalla casa di Solo

A: Giudichi positivamente la tua esperienza all’Accademia?
S: Sì, ma devo riconoscermi un merito, quello di aver avuto la giusta mentalità nell’affrontare quel percorso. Io ho sempre rubato con gli occhi da chiunque e non ho mai avuto problemi nel chiedere consigli o spiegazioni, a tutti i livelli. In questo senso ho avuto la fortuna di fare l’Accademia in anni in cui c’erano veri maestri, pensa che facevo lezione insieme a molti degli artisti romani che ora lavorano sulla scena internazionale. Tutta gente con una personalità pazzesca che dipingeva e sperimentava da molto prima di me. Da tutti loro ho imparato tantissimo.

A: E’ fantastico che parli di compagni di corso come maestri.
S: Quando agisci con la mentalità che ti ho detto prima, il numero dei maestri intorno a te cresce vistosamente. Ero una spugna, vedevo qualcuno che faceva qualcosa che per me era nuovo e ci provavo anch’io.

A: Come erano le tue opere giovanili?
S: Guarda, io dipingevo di tutto, da villa Sciarra in cui portavo il mio cane a passeggio, alla macchina di mio padre, a ritratti e paesaggi su commissione. Ecco, accettavo moltissime commissioni, cercando sempre di non imporre la mia idea o i miei soggetti. Ho sempre pensato che provare ad entrare dentro l’anima delle persone che mi chiedevano un quadro fosse l’unico modo per non farli stancare mai delle opere che avrebbero appeso al muro. Non ho mai detto: io in questo periodo faccio le barche, eccoti la mia barca, questo è il prezzo. Parliamone invece, dimmi chi sei, quali sono le tue passioni e tenterò di fare un quadro che in qualche modo rispecchi la tua vita. Facendo questo per tutti e cinque gli anni dell’Accademia, senza rendermene conto mi sono realmente esercitato in ogni tipo di soggetto e di tecnica. Dimmi una cosa… io l’ho fatta. Lavorare su commissione è stata, si può dire, la mia vera scuola, oltre che il mio sostentamento all’inizio.

Solo: Corrida, 2003, tecnica mista su tela 70 x 50 cm
Solo: Corrida, 2003, tecnica mista su tela 70 x 50 cm

A: E la scelta di lavorare in strada quando arriva nella tua arte? Voglio dire, siamo rimasti al liceo e alle tue prime esperienze come writer. Poi cosa è successo?
S: A me piaceva moltissimo quel tipo di mood per cui facevo una scritta di notte e il giorno dopo qualcuno la poteva notare mentre andava al lavoro o a fare la spesa. Detto questo però, se parliamo di writing, quindi di lettera, bisogna essere coscienti del fatto che, oggi come allora, in giro c’è gente davvero molto brava. Io all’epoca non lo ero, o almeno non ero pienamente soddisfatto di quello che facevo rispetto ad altri che ammiravo moltissimo e mi superavano di gran lunga in tecnica ed inventiva. Possiamo riassumere il tutto dicendo che ero soddisfatto dell’esperienza ma non del prodotto. Quando sono andato all’Accademia mi sono un po’ staccato da quel mondo e ho iniziato a dipingere su tela, smettendo quindi di “fare lettera” ed iniziando a “fare figura”. Il risultato è riassumibile in una frase inversa rispetto a quella di prima: ero pienamente soddisfatto del prodotto ma mi mancavano enormemente l’esperienza e l’emozione del lavorare in strada. Dopo un periodo di profonda crisi, intorno al 2008, mi sono reso conto che la cosa più semplice da fare era unire le due cose, quindi portare nel mondo della notte quello che facevo di giorno, dalla tela al muro.

Solo: Tex, Roma, 2008
Solo: Tex, Roma, 2010

A: Stiamo parlando del giovane artista che dipinge su commissione ogni tipo di soggetto possibile e immaginabile. I supereroi non erano ancora entrati nella tua vita e nella tua arte… Oppure sì?
S: I supereroi sono sempre stati nella mia vita, se è per questo, ho sempre letto fumetti, il mio primo albo è stato Nathan Never a nove anni, regalo di mio padre. Semplicemente il caso ha voluto che il primo poster che ho messo in strada fosse destinato ad un’edicola. Per questo motivo decisi di fare un ragazzino vestito da Tex Willer tipo a carnevale, ma col volto di Tex bambino, seduto su una pila di fumetti e intento a leggere, ovviamente, un Tex. Poi ho messo un Uomo Ragno a Strike, poi Hulk a Trastevere, ma tutto questo senza ancora avere un reale progetto in mente: mi veniva spontaneo, tutto qui. Poi ho iniziato a guardarmi intorno, sai, quando fai arte in strada devi pensare costantemente a come differenziarti da tutti gli altri ed essere riconoscibile, affinché il tuo messaggio possa arrivare in modo diretto e chiaro. In strada in quel momento c’erano tantissimi bravi artisti e ognuno di loro aveva un soggetto caratteristico… perché io non potevo fare i supereroi? Il riscontro è stato immediato. I supereroi sono un alfabeto universale, tutti li conoscono. L’estate scorsa sono stato in Vietnam a dipingere e ho fatto un Capitan America modificato, un Capitan Vietnam diciamo. I bambini del posto indicavano il muro e riconoscevano il personaggio, creando in qualche modo un ponte generazionale e interculturale tra me e loro. Qualche tempo fa in sicilia stavo dipingendo un Superman in lotta contro la mafia e una signora anziana, credo davvero sui 90 anni, mi ha fermato e mi ha detto: “ci vorrebbe proprio Superman in questa regione!”

Solo: Cap Vietnam, Ho Chi Min, 2014
Solo: Cap Vietnam, Ho Chi Min, 2014
Solo: Emergence Festival, Giardini Naxos, Taormina, 2013
Solo: Emergence Festival, Giardini Naxos, Taormina, 2013

A: I tuoi Supereroi sono molto umani, quasi a comunicare che i veri eroismi sono quelli che compiamo ogni giorno al lavoro o in famiglia. E’ così?
S: Sì, è così. Vedi, io non vengo da una famiglia di artisti o di benestanti, non ho parenti galleristi o amici collezionisti, tutto quello che faccio è semplicemente dipingere quello che ho sempre vissuto: una madre eroica nel crescere i figli con l’umiltà e i buoni esempi piuttosto che un padre lavoratore e onesto che non ci ha mai fatto mancare niente. Sarà banale e retorico ma questa è la verità. Qualunque appassionato di fumetti sa che i supereroi non sono infallibili, sono persone con superproblemi e vite superincasinate… come noi in effetti. Tutti abbiamo un sacco di problemi ma anche le risorse per poterli affrontare e risolvere. Io metto questi personaggi in giro perché voglio comunicare alla gente che nella vita bisogna avere coraggio e darsi da fare. Siamo bombardati di pubblicità per strada, cartelli di persone che chiedono qualcosa ad altre persone: compra, spendi, ne hai bisogno! Io faccio una pubblicità al contrario, cercando di restituire qualcosa alle persone, fosse anche solo un sorriso o un minimo incoraggiamento. I miei sono un memento vivere al posto di un memento mori. Se guardi il muro che ho fatto coi Poeti der Trullo, il messaggio è esattamente questo. La vita è difficile per tutti, ma sei tu il supereroe della tua vita.

Solo e Poeti der Trullo, Roma, 2013
Solo e Poeti der Trullo, Roma, 2013

A: Come vedi la scena romana della street art oggi?
S: E’ una meraviglia, siamo tanti e tutti bravi. Il mio sogno sarebbe riuscire a creare una comunità reale tra tutti noi, una scuola romana della street art un po’ come quella di piazza del popolo negli anni 60. Non voglio sempre tornare al periodo dell’Accademia, ma ricordo che tra di noi c’era una forte unione e una sana follia adolescenziale. Era tutto un po’ naif, stavamo sempre insieme, prendevamo una tela cinque per due e ci dipingevamo sopra nei corridoi improvvisando e sperimentando, stavamo ore a parlare di arte e a immaginare mondi, cose del genere. Mi rendo perfettamente conto che oggi è impossibile: siamo cresciuti per fortuna, ognuno di noi ha il suo percorso, le sue gallerie, le sue mostre, i suoi riferimenti e soprattutto poco tempo a disposizione, io per primo, ma l’utopia di una comunità reale resta per me una strada praticabile. Nel rap ci sono riusciti. E’ tutto un “featuring”, esce l’album di uno e c’è un ospite diverso in quasi ogni canzone, gli altri lo sostengono sulle proprie pagine facebook, nei concerti stanno tutti insieme nel backstage, è un dialogo continuo. Ecco, se si potesse creare una roba simile tra noi romani della street art sarebbe magnifico. Non voglio dire che non succeda già ora di stare insieme e confrontarsi, ma a piccoli gruppi e sporadicamente. Io sono certo che la forza di ognuno di noi come singolo sarebbe maggiormente rafforzata stando in un gruppo più grande. So che sembra il sogno folle di un eterno ragazzino, ma del resto uno che fa supereroi a 33 anni qualche rotella fuori posto la dovrà pur avere, no? Magari le nuove generazioni riusciranno in questa impresa, io me lo auguro per loro.

A: Ecco, cosa consigli a un giovanissimo  che si avvicina oggi all’arte e in particolare alla street art?
S: Mi rivendo i consigli che sono stati dati a me quando avevo vent’anni. Andrea Ambrogio, che ti ho citato prima, è stato il primo a farmi capire che se “da grande” volevo fare l’artista, dovevo già esserlo nella mentalità da subito. Sto parlando di cose che vanno dalle molto banali, tipo farsi il biglietto da visita o rispondere “artista” quando ti chiedono cosa fai nella vita, alle più complesse, come cercare di conoscere le persone giuste, che possono organizzarti una mostra o darti un parere su quello che fai, confrontarti con altri artisti, lavorare seriamente e duramente, esercitarti in ogni aspetto tecnico e pensare sempre ai concetti che stanno dentro a quello che fai. Fare l’artista è un mestiere bellissimo ma difficile e faticoso, questa è la verità. Ecco vedi, fare tutti quei lavori su commissione da giovanissimo è stata una palestra non solo tecnica ma anche mentale per me, quasi una sessione continua di autocoscienza sul mio ruolo e sul mio mestiere di artista.

l'agenda di Solo
l’agenda di Solo

A: Qual è il tuo supereroe preferito, a parte l’uomo ragno?
S: L’uomo ragno. Ma sì dai… alla fine Batman è un miliardario, Superman è un alieno, Ironman è un genio della tecnica. Quello col quale mi identificavo di più da ragazzino era proprio Spiderman, un liceale timido, impacciato con le ragazze, orfano, con questa vita incasinatissima che ho sempre visto molto simile alla mia. Chi mi conosce bene dice sempre che se una cosa mi può andare male, ci andrà. Se spedisco una tela a Londra, stai sicuro che arriva danneggiata, se piove un’ora al giorno, stai sicuro che in quel momento io starò sul motorino. L’uomo ragno è sempre stato il mio mito perché lui non perde mai il sorriso, ha sempre la battuta pronta, è un eroe un po’ sfigato che riesce sempre con l’ironia e la forza d’animo a risolvere tutti i problemi. Da bambino, soprattutto dopo la morte di mio padre, leggere quei fumetti mi dava coraggio. Ecco, se devo trovare un senso a quello che dipingo oggi, è esattamente questo: cerco di dare agli altri quello che i fumetti hanno dato a me. Non hai mai letto un fumetto in vita tua? Non hai quindi mai avuto la possibilità di capire quanti significati ci possono stare dentro? Se passi davanti a un muro che ho dipinto io, magari inconsciamente qualcosa di tutto questo ti arriva. Magari quel giorno stai andando a fare un esame o a parlare col tuo datore di lavoro e quel Superman o quella Wonder Woman ti farà sorridere e ti darà un pizzico di coraggio per ribellarti a un torto che subirai o per affrontare nel modo giusto una situazione difficile. A Ponte Mammolo recentemente ho fatto un muro con tutti supereroi di colore, perché lì c’è il mercatino e una situazione difficile da tanti punti di vista, immigrazione, abusivismo… Non è che con quel muro ho dato lavoro o risolto la vita di qualcuno, però gli ho mandato un messaggio: guarda che ho visto quello che stai affrontando, sappi che il supereroe sei tu. Ce la puoi fare, fatti coraggio.

Solo: Rockthecasbah, atac e urban breath project, con Roma Creativa, ponte mammolo, Roma, 2014
Solo: Rockthecasbah, ATAC e Urban Breath Project con Roma Creativa, ponte mammolo, Roma, 2014

A: Credo che sia una cosa insita nella natura stessa dell’arte e a maggior ragione della street art il fatto di parlare alle persone, realmente.
S: Ma certo. Molto spesso mi sono trovato al centro di feroci polemiche per alcuni lavori che ho fatto, insieme ad altri artisti, magari per qualche istituzione o con sovvenzioni private o comunali. Tutti pensano sempre e solo ai soldi, agli sperperi, a chissà quali giri di denaro e pochissimi si fermano realmente a vedere cosa ha fatto quell’artista su quel muro, a chi ha parlato, cosa ha comunicato. Ma soprattutto: qualcuno ha mai chiesto al cittadino che abita davanti a quel muro se gli fa piacere che si parli e magari finalmente ci si occupi del suo quartiere, il più delle volte periferico e normalmente ignorato da tutti? Quando ho fatto il tram coi supereroi io non l’ho fatto per denaro, per la LUISS, per il comune di Roma, per chissà chi. Io l’ho fatto per quel ragazzino sotto la pioggia con lo zaino pieno di libri che si vede spuntare dalla curva l’uomo ragno. Quel ragazzino sono io, sei tu, siamo tutti.

Solo: tram 19, TRACKS, per la LUISS, a cura di A. Bonito Oliva, Roma, 2014
Solo: tram 19, TRACKS, per la LUISS, a cura di Achille Bonito Oliva, Roma, 2014 (foto: Valentino Bonacquisti)

A: Quali sono i tuoi riferimenti nella storia dell’arte?
S: Io sono un po’ un tritacarne, quell’essere spugna dei tempi della scuola mi è rimasto ancora oggi. In questo senso imparo da tutti indistintamente. Poi certo, ci sono delle personalità che mi affascinano e mi hanno sempre incuriosito e attirato. Penso a Basquiat o Norman Rockwell o Dennis Hopper ma anche lo stesso Keith Haring. Ma pure Munch, per dire.

A: Ne hai detti cinque di cui quattro americani.
S: Sì, infatti quando sono andato a dipingere in America ho fatto Valentina di Crepax, un fumetto italiano. Mica potevo fargli Capitan America! Tu pensa che la mia tesi l’ho fatta su Ronnie Cutrone, che era l’assistente di Andy Wahrol e comunque un artista pazzesco lui stesso. Sono andato a New York e l’ho letteralmente cercato per un mese. Quando stavo per tornare a Roma con niente di niente in mano, incontro per caso (vedi, te l’avevo detto che il destino ha un ruolo fondamentale nella mia vita) una mia carissima amica che si era trasferita a New York e lei mi ha messo in contatto con un vecchietto che diceva sempre a tutti di aver lavorato alla Factory. Era vero. Grazie a questo tizio sono riuscito ad incontrare ed intervistare Cutrone. Su youtube trovi addirittura una specie di trailer video che feci all’epoca.

Solo: Valentina, Wynwood, Miami, Florida, 2014
Solo: Valentina, Wynwood, Miami, Florida, 2014

A: Torniamo all’oggi. Mi piacciono gli stencil dell’uomo ragno sugli specchietti delle macchine e dei motorini che stai facendo e postando su facebook da qualche tempo a questa parte.
S: Mia madre mi ha detto qualche giorno fa: “hai fatto gli stencil sulle macchine di tutti, tranne che sulla mia!” Pensa se lo avessi fatto sulla sua macchina nel 1995 quanto si sarebbe arrabbiata… Non ti nego che è stata una gioia pazzesca. Ovviamente il suo sarà il più bello di tutti.

A: Su quale muro sogni di dipingere in futuro?
S: Ma guarda, non mi lamento, ho fatto muri a Parigi, a Berlino, a Londra, anche a Miami seppure solo indoor. Poi certo, ci sono tantissimi festival in giro nel mondo, in posti esotici e bellissimi. Sono eventi importanti per la carriera ma anche solo per la possibilità che ti danno di conoscere realtà naturalistiche e culturali straordinarie. Ecco, io vorrei partecipare a tutti questi festival, nessuno escluso. Chi non vorrebbe?

immagine dalla casa di Solo
immagine dalla casa di Solo

A: Progetti futuri.
S: Tantissime cose. Un festival a Selci che si chiama Pubblica, poi un progetto fichissimo a Londra, ma anche YUT a Ostia, il 22 e 23 maggio, per alcuni ragazzi fantastici che si battono contro la disoccupazione e hanno creato un mega evento. Facciamo praticamente tutti i muri di cinta di un mercato, siamo diversi artisti, sarà una cosa bellissima. Sto collaborando con Ca’ d’Oro e poi non so cosa ha in mente Massimo di Varsi, con lui e Marta Gargiulo, che è stata la prima a credere in me, c’è un sodalizio meraviglioso che va avanti da tempo e davvero loro sono persone alle quali voglio molto bene. I vostri progetti futuri quali sono?

A: Andiamo a Gaeta ad intervistare Martha Cooper ad esempio. Ah, ci piacerebbe tantissimo incontrare Diamond, sappiamo che è un tuo amico. Ce lo presenti che facciamo un’intervista anche a lui?
S: Stai scherzando? Certo che ci parlo, non è un mio amico, è un mio grandissimo amico. Ci penso io…

Co.Ma

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