silvia manazza: come declinare il verbo materasso

Ma il materasso il materasso
il materasso è il massimo che c’è
ma il materasso il materasso
il materasso è la felicità.
(Claudio Mattone e Renzo Arbore, “Il Materasso”, 1985)

Silvia Manazza, classe 1957 con classe, è un’artista che ci piace enormemente.
Ci piace perché il suo lavoro è, allo stesso modo, evidente e misterioso, serio e giocoso, ruvido e scivoloso, sincero e bugiardo.
E’ un’arte, la sua, che fa sorridere e riflettere, che lascia un segno invitando ad andare oltre alla percezione visiva per entrare in un regno fatto di emozioni contrastanti e connessioni con storie e vicende che appartengono alla cronaca come alla biografia.
Viene definita “l’artista dei materassi” perché tutto, attraverso di lei, può diventare, appunto, materasso: oggetti, simboli, architettura, addirittura personaggi e natura.
Ringraziamo Silvia per il tempo che ci ha dedicato e per l’amicizia, per noi preziosa e gratificante, nata dopo un “casuale” incontro in Giappone, oltre che per la gentile concessione delle immagini, relative ad alcune sue opere.
Quella che segue è un’intervista alla quale teniamo molto, che restituisce l’identità di una donna capace di autoironia ma estremamente seria nella sua tormentata e rigorosa ricerca artistica, genialmente e simpaticamente sfuggevole nelle risposte come sfuggevoli sono le sue opere, create proprio per lasciar intendere qualcosa al di là dell’apparenza e, in questo caso, al di là delle parole.
A noi e a voi il compito di saperne cogliere il senso profondo.

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Artequando
: Come e quando l’arte è entrata nella tua vita?
Silvia Manazza: Nel 1976 , avevo 18 anni quando mi sono sposata e trasferita da Roma a Pavia. L’arte è arrivata poco dopo, ero triste e, passati i primi entusiasmi del matrimonio e la nascita del mio primo figlio, mi sono iscritta ad una scuola serale di grafica. Ero bravina ma, soprattutto, l’arte mi faceva bene e mi rendeva migliore.

A: Nei tuoi lavori usi oggetti di recupero come materassi o tessuti antichi. Cosa pensi che si debba recuperare nell’arte di oggi? E di conseguenza c’è qualcosa che dovremmo aver imparato dal passato e che oggi ci siamo persi?
SM: Ho sempre usato materiali di scarto, radiografie, dentiere, rottami vari, per fortuna Duchamp ci ha spianato la strada… sono grata a Duchamp! L’arte di oggi è meravigliosa e permette a chiunque di esprimersi nel modo che gli è più congeniale
ma questo implica studio e cultura. Recuperare oggetti per farne altri non significa improvvisarsi o abbandonarsi al semplice istinto o all’abilità manuale. Anche in questa disciplina ci vuole umiltà, rispetto per le cose, genialità e senso del gioco.

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A: Un artista guarda, si muove ed elabora il tempo che sta vivendo. Quando ci si trova di fronte, ad esempio, ad un materasso a forma di pistola o di lupa che allatta i gemelli, non si può fare a meno di pensare alla violenza viscida di questi ultimi anni o a mafia capitale. C’è un preciso messaggio politico nella tua arte?
SM: E’ impossibile fare arte e restare isolati dal resto del mondo e dalla realtà. E’ sempre una sfida, devi dire la tua con i tuoi mezzi e nel modo più efficace possibile. Io sono fortunata perché ho i Materassi. Sono loro che parlano.

A: Prima hai citato Duchamp. Da quando lui ha esposto un orinatoio in un museo, il concetto di ironia è entrato prepotentemente nel mondo dell’arte. Molte tue creazioni risultano, appunto, estremamente divertite e divertenti, come se stessi invitando lo spettatore a non prenderti troppo sul serio. Così, nelle tue opere, tutto ciò che è duro diventa soffice ed anche ciò che è pericoloso diventa innocuo. Siamo nel mondo del sogno e della fantasia o in quello della provocazione? Insomma, come si dice a Roma… ci fai o ci sei?
SM: Sono una visionaria. Anche se con i piedi per terra. Ci faccio e ci sono. Solo che col tempo ho corretto un po’ il tiro, invecchiando ho imparato che si può essere più efficaci usando l’ironia proprio perché, in effetti, non mi prendo più molto sul serio.

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A: Ci siamo imbattuti in diverse recensioni di tue mostre nelle quali le opere vengono associate a sensazioni malinconiche quando non a ricerche ed aneliti di libertà negate. E’ normale che a noi, pur risultando ben chiara la portata estremamente seria di questi oggetti, restituiscano comunque un sentimento di serenità, di morbidezza, forse proprio per la familiarità e quotidianità dei materiali?
SM: Chi mi conosce da tempo fa bene a dire che trasmetto malinconia e drammaticità. E’ anche vero, però, che i miei vecchi lavori erano molto più tragici degli attuali perchè io lo ero maggiormente. Quando per la prima volta ho visto montagne di materassi abbandonati, ho pensato ad Auschwitz, alle carceri, a montagne di corpi straziati. Poi alla malattia di mia madre, a Eluana Englaro, al suo corpo che era un tutt’uno con il materasso. Poi con il tempo il materasso è diventato anche altro, si è trasformato in canotto per profughi che fuggono ma pure in giocattoli o quarti di bue, salsicce, capretti squartati, piante succulente…

A: Osservando questi lavori non si può fare a meno di respirare aria di casa, sembra quasi di sentire il profumo di crostata della mamma o l’odore di legno della camera dei nonni. Quanto c’è di te, della tua storia, in queste opere?
SM: Mi fa piacere sentire che guardando i miei lavori si respiri aria di casa, che rassicurino, perchè io vorrei essere così, anche se, in realtà, è vero anche che voglio spiazzare lo spettatore che non si aspetta la consolle o il troumont barocco fatto di stoffa. Il gioco, la sorpresa, questo è quello che vorrei che il mio lavoro susciti!

A: Quali sono i tuoi riferimenti nel mare magnum della storia dell’arte?
SM: Rispetto il lavoro di tutti, certamente ci sono artisti che preferisco ad altri. In generale non sopporto i furbetti, quelli che hanno le “trovate facili” o quei concettuali che si fanno le seghe mentali, o meglio “elucubrazioni”… Insomma, rispetto le mode anche se, spesso non le condivido.

silvia manazza macelleria sociale artequando intervista

A: Hai partecipato all’ultimo Premio Arte Laguna, esponendo negli spazi suggestivi e storici dell’Arsenale di Venezia, vincendo nell’occasione il premio Swatch Artist In Residence. Ti aspetta quindi una lunga residenza a Shangai. Che esperienza è stata vedere le tue opere allestite in uno dei luoghi nevralgici per l’arte contemporanea e cosa ti aspetti da questa avventura in Cina?
SM: Non mi sono ancora ripresa! Diciamo che, subito dopo l’esperienza fantascientifica di Venezia ho avuto la febbre a 39 per due giorni. Non mi succedeva dai tempi del morbillo. Ero semplicemente pazza di gioia e incredula, era impossibile che fosse successo proprio a me, ma mi sentivo anche spaventata. E’ assurdo che una cosa alla quale neanche io credevo più di tanto mi abbia portato a vincere il Premio Swatch. Certo, io in realtà miravo ai 7.000 euro! (risate) Com’era la seconda domanda? Cosa mi aspetto? Che mi veniate a trovare a Shangai. (ancora risate)

A: Qual è il tuo rapporto con il mondo del mercato dell’arte? E’ un ambiente difficile ma necessario?
SM: Diciamo che non esiste per me un mercato dell’arte! E’ difficile che le gallerie vogliano proporre il mio lavoro, anche se piace. Pare che non sia commerciale! Ci vorrebbe qualcuno coraggioso, molto coraggioso, che credesse nella forza di quello che faccio, che volesse sfidare le mode e le tendenze del momento per proporre qualcosa di più audace, ad esempio le mie opere!!! (nuove risate)

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A: Progetti futuri.
SM: Settembre sarà un mese molto intenso, ti elenco alcune mostre alle quali parteciperò.  “Souvenirs”, una bi-personale a Cherasco a Palazzo Salmatoris , “Artieri fantastici”, una collettiva per il Cuneo Gotico nell’ex Chiesa di San Francesco a Cuneo, “Altri Animali”, sempre una collettiva a Palazzo Cittadini Stampa di Abbiategrasso e dulcis in fundo “Animali”, ancora una collettiva al Macro, a Roma, dove ci potremo rincontare. E poi… e poi… e poi non so… vi aspetto a Pavia.

A: Ti prendiamo in parola Silvia, prima della partenza per Shangai veniamo sicuro e magari facciamo uno speciale dal tuo studio. Intanto grazie per questa intervista.
SM: Grazie a voi, ho fatto un po’ di fatica a parlare di me perchè in fondo sono una vecchia materassaia…

Noi amiamo Silvia Manazza.
Questa è la verità.

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P.S. Mentre trascriviamo l’intervista, leggiamo che l’opera “Souvenir de Rome”, la lupa romana di Silvia che abbiamo citato in una domanda, è stata selezionata per la sezione scultura installazione del Combat Prize 2016.
Esultiamo.

Co.Ma

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