palazzo cipolla: arman 1954-2005

E’ proprio di questi giorni la notizia che il Museo di Arte Moderna di San Francisco ha creato un sistema per cui tu gli mandi un sms e loro ti rispondono inviandoti la foto di un’opera della loro collezione.
Iniziativa interessante, ma qual è il legame tra questo e la bella mostra di Arman a Palazzo Cipolla?
Apparentemente nessuno, se non che in questa mostra fotografare le opere è severamente vietato.
Nasce qui allora una riflessione sulla fruizione e sulla condivisione dell’arte contemporanea nell’era dei social.
Sì, perché se è vero che l’arte va vissuta dal vivo a livello visivo ed emotivo e non per forza sempre fotografata, se è vero che proprio qualche giorno fa (che sia una fake, una trovata pubblicitaria o la verità conta poco) una tizia facendosi un selfie ha praticamente smantellato una mostra in una galleria di Los Angeles, è anche vero che uno degli aspetti interessanti del social networking è proprio quello di diffondere e rendere disponibile in modo diciamo ecumenico un contenuto che nel caso dell’arte contemporanea solitamente viene considerato di nicchia e vagamente snob.
Ci fa pensare allora che una mostra di un artista peraltro così importante e noto non sia fotografabile, la qual cosa sembra a noi, che per passione scriviamo e condividiamo arte contemporanea sotto forma di parole ed immagini, un’occasione persa per contribuire alla diffusione dell’idea che, appunto, l’arte dei nostri tempi non sia qualcosa di elitario e destinato solo a pochi eletti.
Detto questo la mostra in questione, curata da Germano Celant, è veramente bella e quindi davvero pazienza se stavolta non potrete farvi un selfie autocelebrativo accanto ad una creazione del grande artista francese, andate semplicemente a godervi lo spettacolo.
Il percorso prevede una scorpacciata di opere altamente rappresentative della storia di Arman, dagli esordi (il 1954 del titolo) fino al periodo più recente, quello più  vicino al 2005, anno della sua scomparsa.
All’interno del movimento definito Nouveau Realism e teorizzato da Pierre Restany all’inizio degli anni 60, Arman è quello che accumula, ovvero sceglie degli oggetti (li colleziona compulsivamente lui stesso) e poi li assembla in forma artistica, donando loro una nuova funzione e nello stesso tempo privandoli della loro destinazione d’uso originaria.
C’è chi parla di risemantizzazione dell’oggetto, chi di appropriazione, chi ci vede un legame spirituale con le suggestioni dell’object trouvé di inizio secolo e chi, con saggezza, nota come anche attraverso questi moderni ready made vi sia un collegamento visivo e concettuale con esperienze avanguardistiche mai realmente morte, a testimoniare come ad esempio dada sia sempre, felicemente e trionfalmente vivo in mezzo a noi.
C’è da dire che Arman gli oggetti non li accumulava solo, ma li distruggeva anche, li scomponeva, li assemblava, poi magari ci dipingeva pure sopra, insomma creava strutture artistiche quasi sempre a cavallo tra scultura, pittura ed installazione.
Viene da riflettere davanti ad alcune di queste opere anche sulla reale indipendenza ed originalità creativa di un artista tipo Ai Weiwei… ma questo è un altro discorso nel quale non ci addentriamo.
La Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo coglie ancora nel segno, con una bella mostra da non perdere.
C’è ancora una settimana di tempo.
Andate e, per una volta, spegnete il cellulare.
Tanto fotografare sarà vietato.

Palazzo Cipolla – Fondazione Roma Museo
via del Corso, 320 – Roma
Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo
presenta:
Arman 1954-2005
a cura di Germano Celant

Co.Ma

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