massimo scrocca: galleria varsi

Massimo Scrocca, ventisette anni, giovanissimo artefice di una meraviglia chiamata Varsi. La storia, vera non romanzata, è quella di un ragazzo schietto e incredibilmente umile che da una passione è riuscito a costruire una concreta realtà. Nata appena un anno e mezzo fa, questa galleria  nel cuore del centro di Roma rappresenta già oggi un punto di riferimento per tutti coloro che, nella capitale, amano la street art italiana e internazionale. Chiacchieriamo simpaticamente con lui mentre tutto l’ambiente di questo piccolo ma attivissimo spazio è letteralmente invaso dalle opere dell’artista “svedese-fiorentino” Etnik.

Artequando: Come ti è venuto in mente di aprire una galleria d’arte a venticinque anni?
Massimo Scrocca: Guarda, l’ho capito solo in un secondo momento che quello che stavo facendo era una galleria. Ho iniziato semplicemente guidato dal desiderio di far parte del mondo della street art che ho sempre amato. Provengo dall’ambiente dei graffiti, più una passione che altro perché il mio contributo attivo alla causa è stato sicuramente in peggio…

A: In che senso dici che te ne sei accorto dopo di quello che stavi facendo?
MS: Nel senso che prima di essere  un’attività commerciale era e rimane ancora oggi una passione. All’inizio ero interessato soprattutto a conoscere gli artisti, invitarli, magari seguirli per andare a fare un muro con loro. Poi mi sono affidato ad alcune persone con maggiore esperienza di me in questo settore e piano piano ho cominciato a capire come poter trasformare questa passione nell’attività che oggi possiamo definire una “galleria d’arte”. Non è proprio semplicissimo muoversi in questo ambiente pieno di squali ma penso di aver già acquisito un po’ di conoscenza per potermi ritagliare uno spazio con serenità e convinzione.

A: E’ stato difficile questo passaggio all’aspetto chiamiamolo commerciale?
MS: Per me era una scommessa, ti dico solo che quando sono entrato qui dentro mi sono dato due mesi di tempo, prima di fare per bene i lavori. Dovevo capire in quei sessanta giorni quali fossero le reali possibilità.

A: Sei da solo in galleria?
MS: Sì, ma c’è Marta Gargiulo che collabora con me per la parte curatoriale delle mostre e mi aiuta a gestire i rapporti con gli artisti.

A: Al di là della passione, hai una conoscenza artistica dovuta agli studi che hai fatto o sei completamente autodidatta?
MS: Ho studiato architettura e già mentre ero all’università mi rendevo conto che le lezioni che seguivo con maggiore interesse erano proprio quelle di materie artistiche. Dopo la laurea sono stato per un periodo a Londra e lì ho avuto modo di conoscere la realtà della street art in Inghilterra e mi è venuta l’idea di riportare quelle esperienze sulla scena romana.

A: Come conosci gli artisti? Come li selezioni?
MS: Faccio ricerche, studio le opere, mi chiedo se quello che fanno è giusto per me, se sono compatibili con la nostra mentalità, cosa importante per evitare di invitare artisti bravissimi ma che magari qui non sarebbero compresi ed apprezzati. Quando mi convinco di aver trovato l’artista giusto, molto semplicemente… gli scrivo.

A: Ciao sono Massimo, ho ventisette anni…
MS: Esatto. Ho una galleria, vorrei incontrarti, fammi sapere se hai piacere di collaborare con me. Prendo un aereo e vado a conoscerlo. E’ importantissimo per me avere questo contatto umano prima di organizzare una mostra, per  capire se l’interesse è reale e se quello che ho visto su internet, su un libro o su qualche muro rappresenta davvero la persona che ho davanti. Inizia da lì in poi una serie di frequentazioni e contatti continui per vedere l’evoluzione del lavoro che fa e per capire insieme la strada da prendere. E’ circa un anno che torno spesso a Londra per incontrare dal vivo RUN, un artista straordinario che sarà qui da Varsi a giugno.

A: Cos’è la street art? Un modo di definire un’esperienza, un movimento culturale oppure uno stile vero e proprio?
MS: La verità è che c’è il bisogno di mettere un’etichetta a tutto. Chi la chiama muralismo, chi graffitismo… ognuno la definisce come vuole. Adesso va di moda il termine “street art”, fa molto new age, molto fico, ma per me è semplicemente arte contemporanea dei nostri giorni. Io la vivo così.

A: Ok, questo è chiarissimo. Perché allora qualunque artista contemporaneo che dovesse un giorno rendere pubblica una sua opera realizzandola su un muro, non potrebbe tranquillamente essere definito uno street artist?
MS: Perché esiste comunque una provenienza e una storia che non può essere dimenticata: molti artisti di oggi nascono e crescono ad esempio proprio nell’ambiente dei graffiti. Lo stesso Etnik che esponiamo qui da Varsi in questi giorni ha iniziato così, poi nel tempo il suo lettering si è evoluto ed è diventato il mondo astratto che vedi oggi nelle sue opere. Con lui puoi notare chiaramente l’evoluzione e quel percorso necessario per essere uno street artist oggi.

A: Guardando queste opere, sembra quasi di vedere delle città sospese, delle architetture immaginarie.
MS: La sensazione di sospensione è ben chiarito dal titolo della mostra: “Gravità”. Si tratta di agglomerati urbani che si intrecciano con la natura e se vedi bene è proprio la natura ad avere il sopravvento sulla città. In molte opere ci sono questi piccoli bonsai che però si innestano nelle architetture e le sottomettono.

A: Se penso che Etnik proviene dal mondo dei graffiti inizio a capire il senso del tuo discorso di poco fa.
MS: Un altro esempio meraviglioso sono gli Etam Cru: anche loro hanno iniziato con i graffiti per arrivare oggi a quell’immaginario impossibile che li ha resi famosi in tutto il mondo. Poi ci sono altre storie, come quella di Alice Pasquini, che nasce come illustratrice e fumettista prima di rendersi conto di trovarsi a suo agio più sui muri che sulla carta. Ma per tutti questi è il percorso e l’esperienza fatta sulla strada che parla del loro “essere street artist”, non un muro dipinto occasionalmente per scopi privati. Ad un certo punto magari succede semplicemente che la parte “illegale” diventi “legale”, ed anche questa è un’evoluzione a ben vedere, non tanto degli artisti quanto delle nostre società. Ci sono talenti immensi che hanno dipinto in giro nell’illegalità per vent’anni e nessuno li ha mai conosciuti, ora finalmente qualcosa sembra essere cambiato e chi opera oggi viene quasi acclamato.

A: Una delle critiche più feroci che vengono rivolte alla street art è da sempre dovuta al pregiudizio nei confronti dell’atto stesso di esporre in una galleria artisti che dipingono prevalentemente in strada. Mi sembra che questa, per fortuna, sia oggi una cosa ampiamente superata.
MS: Certo, perché prima di tutto bisogna riconoscere che uno street artist e un graffitaro sono artisti e gli artisti, come detto, fanno un percorso e hanno un’evoluzione. Poco conta che abbiano iniziato bombando dei treni o studiando all’accademia. La giusta finalizzazione del percorso di un artista qual’è? Avere anche la possibilità di esporre i propri lavori e il proprio percorso, ad esempio in una galleria…

A: Qual’è il tuo rapporto con gli artisti?
MS: Ottimo, davvero. Io mi metto alla pari con loro, si lavora insieme, non c’è alcun distacco dovuto al mio ruolo di “gallerista”, termine che come avrai capito neanche mi piace moltissimo. Credo che questo tipo di rapporto molto sereno sia importante anche per un artista e per la buona riuscita del suo lavoro. Anche sui muri, nelle opere esterne, se c’è da dare una mano per fare le basi ad esempio, io sono sempre in prima linea, è un piacere e un onore per me.

A: Il lavoro ad una mostra in galleria e quello “pubblico” su un muro vanno di pari passo?
MS: Sì, è un progetto che abbiamo e che vogliamo portare avanti quello di avere sempre in parallelo mostra e muro, prima o dopo l’inaugurazione.

A: Perdona l’ignoranza, ma come si fa? Materialmente intendo. A chi devi chiedere permesso?
MS: Dopo aver identificato dei muri adatti per ciò che avevamo in mente, siamo andati letteralmente a citofonare alle persone. Poi devi aspettare le riunioni di condominio, presentare il progetto e cercare di convincere gli inquilini dubbiosi. Chiaramente c’è anche un iter burocratico per la richiesta del suolo pubblico.

A: Li hai citati prima e sto pensando proprio al palazzo che hanno fatto gli Etam Cru in concomitanza con la mostra qui in galleria, fantastico davvero.
MS: Sì, notevole. E pensa che prima di quello dove hanno realizzato l’opera, ci hanno detto di no in quattro palazzi. Nessuno li voleva, io ero esterrefatto da questi rifiuti, poi per fortuna abbiamo trovato la situazione giusta e il risultato è stato meraviglioso.

A: La sensazione è che, al di là delle difficoltà nel convincere qualche condomino, la street art a Roma stia esplodendo in questo momento, finalmente.
MS: Sì, Roma è al primo posto in Italia adesso, c’è un fermento continuo e questo è bello.

A: Progetti futuri?
MS: Il prossimo che esporremo sarà Dulk, un artista spagnolo, poi come detto RUN da Londra, poi un duo tedesco, gli Herakut. Nell’immediato, c’è il muro di Etnik, che sarà a Tor Pignattara. Stiamo aspettando che si decidano gli inquilini del quinto piano…

A: Artisti superstar che vorresti esporre e ai quali saresti pronto a fare la corte?
MS: Gli Os Gemeos sono un sogno, ma prima di arrivare a loro devi passare attraverso un numero incredibile di avvocati e manager…

A: Qualche giovanissimo street artist che segui in questo momento?
MS: Il panorama per fortuna è molto vasto. Adesso mi sta incuriosendo molto la scena polacca, in Europa oggi i più forti stanno lì secondo me. Fatevi una ricerca su internet e capirete cosa sto dicendo. Ci sono accademie favolose che sfornano talenti a ripetizione. Gli Etam Cru sono un esempio di ciò che sta succedendo da quelle parti.

A: Una curiosità. Ti è mai venuto in mente di far fare ad un artista il percorso inverso, dalla galleria alla strada? Hai mai trovato un artista visivo con un percorso diciamo così “classico” con una vocazione inespressa alla street art?
MS: L’unico che mi ha dato questa sensazione è Jacopo Mandich, quindi uno scultore. Lui non deve rimanere chiuso per me, è uno che deve necessariamente regalare a tutti quello che sta facendo. E’ un artista esplosivo e geniale.

A: Un’ultima curiosità. Perché la galleria si chiama Varsi? Da dove viene questo nome?
MS: E’ una dedica che ho voluto fare a mio padre, che usava firmarsi Varsi quando si dilettava per hobby a scrivere dei piccoli romanzi, specialmente sulla Roma antica.

A: Hai visto il nostro blog? Che ne pensi?
MS: Mi piace, sai che molte persone seguono più i blog come il vostro che i siti istituzionali per orientarsi nel mondo del contemporaneo? Io cambierei solo il logo.

A: Potresti presentarci qualche giovane artista e convincerlo a disegnarlo per noi…
MS: Chissà, magari potrei farvelo io.

Galleria Varsi
via San Salvatore in Campo, 51 – 00186 Roma
www.galleriavarsi.it

Galleria Varsi: "4LMKZ", Etnik
Galleria Varsi: “4LMKZ”, Etnik
Galleria Varsi: "Gravità", Etnik
Galleria Varsi: “Gravità”, Etnik
Galleria Varsi: "Make Your Mark", Etnik
Galleria Varsi: “Make Your Mark”, Etnik
Galleria Varsi: "E" - "T" - "N" - "I" - "K", Etnik
Galleria Varsi: “E” – “T” – “N” – “I” – “K”, Etnik
Galleria Varsi: "Forest I", Etnik
Galleria Varsi: “Forest I”, Etnik
Galleria Varsi: "Urban Solid", Etnik
Galleria Varsi: “Urban Solid”, Etnik
Galleria Varsi: "Black Solid", Etnik
Galleria Varsi: “Black Solid”, Etnik
Galleria Varsi: "Sistema", Etnik
Galleria Varsi: “Sistema”, Etnik

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