Martha Cooper: fotografia, documento, arte

Martha Cooper è una magnifica donna americana classe 1940, circondata da un’aura di mito e leggenda.
Oggi è considerata, a ragione, la più importante fotografa internazionale di graffiti e street art, con almeno quattro decenni di storici scatti alle spalle, una vera istituzione.
La incontriamo per una breve ma esclusiva intervista in occasione del finissage della mostra a lei dedicata nell’ambito del Festival Memorie Urbane a Gaeta.
“Art On The Street”, questo il titolo dell’allestimento curato da Davide Rossillo nelle sale della Pinacoteca di arte contemporanea “Giovanni da Gaeta”, mette insieme decine di scatti suddivisi in periodi, per mostrare uno spaccato di storia dell’arte di strada dagli anni 70 fino ad oggi.
Proprio qui, all’ingresso degli spazi dedicati alla mostra, ci sediamo informalmente con la signora Cooper e la giovane traduttrice e iniziamo, con parecchia emozione, questa piacevole e informale intervista.

Artequando: Le sue fotografie sono documenti, testimonianze di azioni fatte da artisti, ma vengono, giustamente, esposte esse stesse come opere d’arte. Dove sta il confine tra fotografia documentaristica e arte?
Martha Cooper: (ride) Si potrebbe iniziare con una domanda più semplice?

A: Ma certo. Come mai una giovane fotografa del National Geographic, decide all’improvviso di fotografare street art?
MC: Io in realtà ho iniziato a fotografare graffiti prima di lavorare per il National Geographic, esperienza che è durata comunque poco tempo ed è stata utile all’epoca per motivi strettamente economici. Le passioni sono una cosa ma il lavoro, a volte, ti porta in direzioni diverse, è normale. I graffiti sono sempre stati il mio interesse primario. A dire il vero all’inizio degli anni 70, prima di dedicarmi a tempo pieno alla street art, mi interessavano diverse cose,  i tatuaggi giapponesi ad esempio e anche la creatività infantile. Fu proprio un bambino, nel 1978, a farmi conoscere Andy, l’uomo che mi ha introdotta nell’ambiente dei graffiti, che in quel periodo erano una pratica segreta. Da quel momento in poi fotografare street art è diventata la cosa principale nella mia vita. In realtà io non ho mai voluto essere considerata una fotografa d’arte in senso stretto, a me interessa tutta la creatività che ha a che fare col disegno, per questo parlavo prima di tatuaggi. All’inizio non volevo nemmeno rendere pubbliche le mie foto, o quantomeno non avevo intenzione di fare esposizioni o mostre. Non intendevo fare qualcosa di “artistico”, ma di “informativo”, volevo solo documentare, testimoniare, pensavo ad una sorta di giornalismo visivo.

A: E’ arrivata così anche la risposta alla prima domanda…
MC: Esattamente (ride). Con la seconda domanda, ho risposto alla prima. Voglio aggiungere però che non è detto che le fotografie documentaristiche non possano essere anche artistiche. All’interno delle mie foto c’è sempre stato un messaggio, un qualche significato da comunicare, insito nell’arte che fotografavo, perché la street art è fondamentalmente comunicazione. Quindi anche se l’obbiettivo è stato quello di informare, il risultato può tranquillamente essere considerato artistico, perché il soggetto stesso delle foto è portatore di un messaggio artistico. Io non so quale sia la linea di confine tra informazione e arte, ma so che in queste foto c’è qualcosa che va oltre la documentazione.

A: Come è cambiata la street art dagli anni 70 ad oggi? Lei è un’osservatrice privilegiata di questa forma d’arte.
MC: Molte persone considerano la street art come il più grande fenomeno artistico nella storia del mondo e io credo sia così. Le differenze tra allora ed oggi risiedono fondamentalmente nel fatto che tutto è iniziato come qualcosa di illegale, segreto, sotterraneo, scaturito da un contesto problematico in poche città, penso a realtà come New York e Philadelphia, mentre oggi invece questa forma d’arte ha letteralmente invaso il mondo e al momento non credo esista una città in cui non sia presente.

A: Qual è la caratteristica della street art prodotta in Italia, rispetto ad esempio a quello che succede sulla scena americana?
MC: Innanzitutto non ho visto abbastanza street art italiana per poter riconoscere una caratteristica particolare, al di là del fatto che ogni singola città ha un suo particolare stile. Ho conosciuto diversi artisti sorprendenti in Italia, questo sì, mi vengono in mente Pixel Pancho e Blu. Ecco di Blu posso dire che è stato uno dei primi che io abbia mai visto ad usare questo lungo bastone con il rullo per dipingere. Credo che la scelta sia motivata dal fatto che non voglia respirare i gas delle bombolette ma anche dal maggiore anonimato che ti può garantire girare in strada con un secchio di colore rispetto magari proprio alle bombolette.

A: Ha avuto modo di vedere e fotografare le opere presenti qui a Memorie Urbane. Qualcuna l’ha colpita particolarmente?
MC: Sì, e voglio approfittare di questa risposta per fare una distinzione tra graffiti e street art. Nel primo caso parliamo sostanzialmente di lettere e io credo che ci si possa riferire ancestralmente ad un bambino che scrive il suo nome su un muro. Poi ci sono le figure e di conseguenza uno studio e un lavoro diversi. Tantissimi artisti che fanno oggi street art vengono dal graffito, dal lettering e poi arrivano alla figurazione. Ecco, ci sono casi in cui questi due aspetti convivono e uno di questi casi è presente proprio qui a Memorie Urbane. Si tratta del muro di PichiAvo, che mi ha colpito moltissimo proprio per questo motivo.

A: L’ultima domanda è talmente banale che c’è profonda vergogna nel farla ma la tentazione è troppo forte. Chi è stato il più grande di tutti, tra gli artisti che lei ha conosciuto e fotografato?
MC: Non ho una buona risposta per questa domanda. Certo, ho i miei preferiti, ma non so quale sia il più grande tra di loro, nel senso che questo nome potrebbe cambiare a seconda delle giornate (ride). Io penso sempre che il più grande street artist del mondo sia quello che sta davanti alla mia macchina fotografica nell’attimo in cui sto guardando attraverso l’obbiettivo. In quel momento, lui o lei è il più grande di tutti.

Amen.
Ringraziamo di cuore Davide Rossillo e tutta l’organizzazione di Memorie Urbane.
Per rispetto della qualità delle fotografie di Martha Cooper, preferiamo non pubblicare stavolta le nostre classiche immagini low-fi che non renderebbero minimamente giustizia a quanto esposto nelle sale della Pinacoteca di Gaeta.
Facciamo un’eccezione solo per l’inevitabile immagine di copertina.
Internet comunque è una fonte inesauribile di materiale per chi voglia farsi un’idea più approfondita sul lavoro di questa straordinaria fotografa.

Co.Ma

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