la galleria nazionale; time is out of joint

Moltissime critiche e pochissimi apprezzamenti in questi 5 mesi dalla nuova apertura della Galleria Nazionale d’Arte  Moderna di Roma che cambia anche nella denominazione, invitando a farsi chiamare ora più semplicemente e solennemente La Galleria Nazionale.
Dopo aver letto di tutto e di più non potevamo che andare a dare un’occhiata anche noi, incuriositi fin dall’inizio dal polverone sollevato dalle scelte della nuova direttrice Cristiana Collu, polverone giunto molto denso quassù, nel pianeta Artequando.
Il rinnovato allestimento della collezione del museo, inaugurato il 10 ottobre 2016, prevede ben più di una nuova disposizione logistica delle opere, quanto una diversa modalità concettuale di esposizione e, di conseguenza, di fruizione del contenuto, offerto alla visita attraverso una mostra, Time Is Out Of Joint, che presenta alcune caratteristiche di natura meno museale e più, scusate il termine, “biennalistica”.
Portandosi dietro un discreto bagaglio di esperienza dopo il lavoro, da molti considerato coraggioso, svolto al Mart di Rovereto, la direttrice prometteva cambiamenti per questa impolverata istituzione romana e nazionale.
Cambiamento è stato, in effetti, anche massiccio ed evidente se è per questo.
Niente sale tematiche, cioè niente successione cronologica delle opere o suddivisione degli artisti in movimenti o avanguardie.
Il nuovo allestimento prevede spazi all’interno dei quali opere di epoche diverse, create in contesti non necessariamente legati tra di loro, dialoghino sulla base di connessioni logiche, estetiche e materiali, anche con lavori non provenienti dalla collezione ma da prestiti esterni al museo.

Marion Baruck: Sculpture (spirito della giungla); Sam Taylor Wood dalla serie Selfportrait Suspended I
Sam Taylor Wood dalla serie Selfportrait Suspended I; Marion Baruck: Sculpture (spirito della giungla)

Fin qui tutto chiaro e, da un certo punto di vista, neanche particolarmente innovativo o sconvolgente, visto che già altri musei nel mondo adottano questo tipo di metodologia con successo.
Il titolo, che cita Shakespeare ma ricorda anche il Tempo fuor di sesto di Philip K. Dick, ci invita a comprendere come non sia solo il tempo, appunto, ad indicarci la strada per la comprensione dell’arte.
C’è dell’altro.
Verissimo.
Qual è allora il problema, ammesso che ce ne sia uno?
Le critiche, davvero, sono state tante, fatevi un giretto su Google e ne troverete in quantità.
Andiamo per ordine.
Iniziamo intanto col dire che il nuovo allestimento ha il grande pregio di ripulire le sale del museo che, negli ultimi tempi, risultavano stracolme di opere, quasi fossero magazzini di deposito merci.
C’erano quadri dovunque, anche ad altezze siderali, sculture in ogni angolo, polvere e buio soprattutto nelle sale dedicate all’arte di fine Ottocento.
Ora c’è luce, indubbiamente, meno opere (per quanto alla fine non se ne contino poche, dettaglio importante per un museo con ambizioni e storia di grandezza), più spazio e, nella scelta, più respiro.
Questa magia si chiama selezione e non è una brutta cosa.
Il fatto di non sapere cosa troverai nella sala successiva, non essendoci, appunto, una sequenza cronologica, non disturba, ricalca in effetti il modo in cui oggi si fruisce l’arte, incastrandola, come tutte le altre cose, in modo abbastanza casuale tra una riunione di lavoro, un selfie e un aperitivo in piazzetta.
Fa storcere il naso, fa ribrezzo, fa rivoltare lo stomaco, ma purtroppo è così.
Un allestimento di questo tipo, tentando di interpretare l’idea di chi lo ha pensato,  nasce forse proprio con l’intenzione di non annoiare il visitatore non avvezzo all’arte e di incuriosire, nello stesso tempo, quello esperto, per stimolarlo magari a cercare nuove connessioni che non prevedano per forza la schematizzazione in capitoli da libro di storia dell’arte (o da museo come lo abbiamo sempre inteso fino ad oggi).
Ma, in soldoni, quali sono queste connessioni e soprattutto… questo sistema funziona?

Franco Angeli: Algeria; Alberto Burri: Grande sacco
Franco Angeli: Algeria; Alberto Burri: Grande sacco
Pino Pascali: Ruderi sul prato; Alberto Burri: Cretto G1
Pino Pascali: Ruderi sul prato; Alberto Burri: Cretto G1

Visitando la mostra sembra che a volte le opere dialoghino sulla base di identità simili riguardanti il soggetto, così le mucche al pascolo di un enorme dipinto di Segantini trovano un facile (quasi banale) riscontro nelle mucche ritratte in fotografia da Luca Rento, le cui ninfee (sempre in foto) guardano dritto negli occhi quelle di Monet, per un copione che si ripete identico in altre sale.
Ecco, qui non c’è nulla di difficile da capire, la cosa strappa pure un sorriso.
Altre volte sembra di percepire un accostamento legato ai materiali, altre addirittura solo al cromatismo oppure all’astrattismo geometrico delle linee, come nel caso di una scultura di Giacometti messa proprio di fronte ad una natura morta di Morandi, caratterizzata da una forte verticalità e sospensione.
In molti casi rivolgiamo lo sguardo dove ci indicano alcune statue neoclassiche o ci troviamo coinvolti in riflessioni politiche facilmente riconoscibili, come nel caso delle sale dedicate al tema dei migranti.
Molte volte, e forse è questo il vero problema, non è per nulla facile capire dove siano le connessioni.
Sì, perché, in fin dei conti, in questo allestimento, ciò che disturba non è l’effetto straniante, anzi, questa sorta di disorientamento è anche interessante, avvicina all’idea di un’arte non distante dalla vita, dal traffico, dagli imprevisti, dalla quotidianità non sempre programmata della nostra esistenza.
Quello che manca è proprio qualche spiegazione, didattica se vogliamo, in più.
Basterebbero due righe all’ingresso di ogni sala e magari una piccola descrizione in più nelle didascalie delle opere, la tecnica usata ad esempio, oltre al solo nome dell’artista, al titolo e all’anno: ecco, questo genere di cose aiuta il visitatore molto più di quanto non sembri.
Non vogliamo entrare nella discussione riguardante la funzione di un museo, il suo scopo, il suo senso.
Certamente però un aspetto didattico e divulgativo ci deve essere, mostrare non basta nemmeno in una mostra, figuriamoci in un museo.

Alberto Giacometti: Figura (Femme de Venise VI); Giorgio Morandi: Natura morta
Alberto Giacometti: Figura (Femme de Venise VI); Giorgio Morandi: Natura morta

Per noi romani, che abbiamo visitato la Gnam (ma possiamo continuare a chiamarla così?) svariate volte in passato, trovandola sempre identica a se stessa, vedere queste opere sotto una luce diversa è stata un’emozione forte, positiva, su questo non c’è dubbio.
Per riuscire a rendere pienamente interessante ed arricchente l’esperienza di visitare il museo, bisognerebbe avere forse la capacità di spiegarne meglio, con parole semplici ed efficaci, i contenuti, soprattutto in un allestimento così trasversale, che non concede la semplicità di fruizione di una linea storica.
Del resto “se un normale individuo incuriosito dall’arte volesse conoscerla seguendo la storia, non gli basterebbe la vita intera per attraversarla tutta”, scriveva Francesco Bonami nel suo libro dal partenone al panettone. incontri inaspettati nella storia dell’arte (Edizioni Electa, 2010).
Poi però nel libro spiegava per bene quale filo potesse legare Olafur Eliasson a William Turner, Munch a Hitchcock o addirittura Paola Pivi a Winnie the Pooh… e un libro non è un museo.
Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, ne abbiamo parlato in un recente articolo, questo tipo di scapicolli tra arte e arte e tra arte e altro sono all’ordine del giorno, ma se non capisci qualcosa te lo spiegano col linguaggio dei Puffi se necessario… e nemmeno una fondazione è un museo.
Qui, in uno storico museo, invece, nessuno ti spiega niente ed è un peccato, perché l’idea davvero sembra buona, solo ci vorrebbe qualche gesto per ridurre la distanza tra arte e persone, altrimenti si rischia di ottenere l’effetto opposto, quello di allontanarle avendo voluto avvicinarle.
Davvero alla fine basterebbe solo una scritta in più su un muro.
Poi uno decide se leggerla o meno.

Berlinde De Bruyckere: We are all Flesh
Berlinde De Bruyckere: We are all Flesh

La Galleria Nazionale
via delle Belle Arti, 131 – Roma
Time Is Out Of Joint
fino al 15 aprile 2018

Immagine di copertina – Pino Pascali: 32 mq di mare circa; Antonio Canova: Ercole e Lica; Giuseppe Penone: Spoglia d’oro su spine d’acacia

Co.Ma

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