jacopo mandich; nella fucina di vulcano

Roma.
Centro sociale Strike.
Esterno giorno.
Esterno, sì.
Una tettoia ad ospitare un trionfo di ferro e legno.
E’ qui che Jacopo Mandich, artista classe 1979 che da noi sul pianeta Artequando gode di enorme considerazione (e non solo sul pianeta Artequando in effetti), dà vita alle sua creazioni.
Lo siamo andati a trovare nel “suo” ambiente, tra cumuli di materiale, sculture impacchettate ed opere in lavorazione.
Un posto tanto surreale quanto poetico, al di fuori delle rotte tracciate dai nostri meccanismi di pensiero legati all’idea di “studio d’artista”, fucina di una creatività, quella di Mandich appunto, esplosiva e sorprendente.

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Artequando: Cominciamo proprio dall’inizio. Come ti sei avvicinato all’arte?
Jacopo Mandich: Sono sempre stato in contatto con questo mondo. Mio padre è un architetto appassionato di disegno e quindi interessato all’arte e mio zio dipinge ad olio da una vita, pur senza aver mai nemmeno cercato contatti diretti con gallerie o istituzioni. Io ho fatto un percorso accademico molto classico: liceo artistico contro il parere dei miei che spingevano per un’istruzione più scientifica, fino all’Accademia di Belle Arti qui a Roma.

A: Che rapporto avevi con la scuola?
JM: Al liceo c’era un professore che mi piaceva. Ripensandoci oggi devo dire che mi ha molto ispirato in particolare sul modellato, ottenendo il risultato di farmi avvicinare ancora di più alla materia, con la quale ho sempre avuto un contatto molto viscerale. All’Accademia invece, nel corso di scultura, con Mongelli, è stato tutto molto più difficile. Rapporto molto conflittuale e per me frustrante da subito. Non riuscivo proprio ad integrarmi in quella mentalità volta alla costruzione di cloni, un franchising della scultura in cui si partiva da un modello esistente, a volte da una fotocopia, e si lavorava ad ingrandire e copiare in una modalità didascalica e svuotata di qualsiasi impulso personale. Non nego la possibilità che alcuni aspetti di quel lavoro mi stiano tornando utili oggi, penso allo studio sui volumi geometrici ad esempio, ma all’epoca io e molti altri nel mio corso eravamo veramente in difficoltà. Quando sei agli inizi e stai in una fase di scoperta delle tue attitudini, hai bisogno di teoria, di tecnica e di pratica, tanto quanto di sperimentazione e quest’ultima era pressoché assente. Ho finito comunque quel percorso nel 2005, con una tesi tra l’altro molto apprezzata dal docente che nel frattempo aveva preso il posto di Mongelli e grazie a lui ho vinto il Premio Mannucci ad Arcevia, nelle Marche, ma senza avere un reale seguito in termini di esposizioni e visibilità. Poi, dopo una serie di laboratori e vicissitudini varie, quando stavo per abbandonare del tutto la scultura, sono approdato qui a Strike ed è iniziata un’esplosione di attività che dura fino ad oggi. Da quel momento davvero non mi sono più fermato.

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A: La scelta del metallo come materiale privilegiato nella tua scultura a quando risale?
JM: Già da ragazzo raccoglievo cianfrusaglie e robette varie trovate in strada e le conservavo in un vaso vicino casa convinto che un giorno mi sarebbero tornate utili per qualche lavoro. Non è stato così, nel senso che quel vaso e il suo contenuto sono andati dispersi, ma oggi è quella stessa tipologia di materiale a dar vita a molte mie opere. I Sopravviventi ad esempio nascono proprio da quei residui metallici, quelle frattaglie lì che puoi trovare ai bordi di un marciapiede, uniti ad altri oggetti come ad esempio i dadi industriali che ovviamente hanno ben altra provenienza. La sensazione insomma è quella di aver incontrato il ferro sulla mia strada perché “volevo” incontrarlo. Da un certo punto di vista non è stata nemmeno una scelta, ma una cosa molto naturale.

A: Si pensa sempre allo scultore come a qualcuno che opera “a togliere”. Osservi un blocco di materia e porti via il superfluo per scoprire qualcosa che sta già lì dentro. Cristian Porretta di Faber invece ha accostato il tuo lavoro più a quello di un fabbro. Tu unisci, assembli, in questo senso aggiungi più che togliere. E’ corretto?
JM: Certamente. Col metallo puoi lavorare “a fondere” oppure “ad assemblare”, come nel mio caso, saldando pezzi tra di loro. Mi piace in questo senso unire il ferro al legno, proprio per far dialogare le due tecniche di cui hai parlato tu, perché col legno invece si può modellare le figure “togliendo”. Nelle didascalie delle mie opere infatti scrivo spesso: legno scolpito e ferro elettrosaldato. Sono due modalità di lavoro antitetiche e funzionano bene proprio per questo secondo me, perché dove si crea un varco nel legno, questo viene immediatamente occupato dal ferro e viceversa.

A: C’è anche un dialogo tra natura e uomo direi, provenendo il metallo dal mondo industriale e il legno… da quello vegetale.
JM: Certo. Altra antitesi che funziona molto. Anche il vetro, in alcune cose che ho fatto in passato, si accosta bene al metallo. Durezza e fragilità a confonto. Oppure ferro e pietra, usando gli scarti del marmista. Il ferro rimane comunque il materiale che preferisco in assoluto. Non passo attraverso un processo di fusione, che renderebbe l’oggetto diverso da ciò che è, ma cerco di valorizzare la forma che ho davanti, donandogli un senso che possa fargli superare lo status di scarto.

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A: Quali sono i tuoi riferimenti, gli artisti che hai studiato e che apprezzi particolarmente?
JM: Chillida, Tony Cragg, ma anche Lee Jaehyo, un artista coreano straordinario che lavora con ferro e legno. Mi piace la process art, Di Suvero, ce ne sono tantissimi… Colla, Moore, Gormley, Anish Kapoor, lo stesso Pomodoro. Ad esempio i Sopravviventi nascono da un’ispirazione addirittura di Hieronymus Bosch, pensa alle sue miniature piene di creature grottesche… Sono pieno di influenze, considero tutto quello che faccio anche oggi come una sperimentazione per qualcosa che ancora dovrà venire e di cui al momento non ho idea.

A: Ti è mai capitato di sentir descrivere il tuo lavoro in modo diverso da come lo avevi concepito, con significati ai quali non avevi pensato ?
JM: Sì, ma è normalissimo. Alcuni vedono il mio linguaggio come grottesco,  altri ne evidenziano gli aspetti ironici o l’armonia delle forme. Sono tutte sfumature di uno stesso concetto. Poi ci sono le motivazioni profonde che sottintendono alla creazione di un’opera, ma quelle secondo me è difficilissimo trasmetterle all’esterno, essendo astrazioni a volte impossibili da comprendere anche per me. La scultura è una vibrazione eterica e l’opera che ne scaturisce è il ripetitore dell’emanazione che l’energia fisica della lavorazione ha inserito in quell’oggetto e che la materia veicola.

A: Nasce prima la forma o l’idea?
JM: E’ un po’ un’eterna battaglia per me. Da una parte l’immagine che visualizzo nella mia testa mentre lavoro la materia è piena di dettagli e ricca di sfumature, tanto che quando tento di metterla su carta rischio di perdere qualcosa. Dall’altra parte disegno moltissimo, perché il processo di visualizzazione interiore non sempre mi permette di tenere sotto controllo l’evoluzione del lavoro e inoltre l’immagine non rimane così tanto tempo nella mia testa e a volte la perdo in corso d’opera. Forse la chiave è riuscire ad essere evanescente nel disegno, per poter permettere alla creatività e alla fantasia di trovare, in un caos controllato, la strada giusta per la forma che poi verrà sigillata nella scultura.

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A: Parlaci del tuo incontro con Valerio Giacone.
JM: Ecco, Valerio ad esempio è molto evanescente ed etereo nelle forme, io estremamente definito. E’ stato e continuerà ad essere un dialogo costruttivo e molto, molto stimolante. E’ una sperimentazione che ci ha preso moltissimo tempo e probabilmente portato momentaneamente via dai nostri rispettivi percorsi, ma ne valeva la pena, visti i risultati.

A: Una giovane fotografa, Manuela Giusto, ha collaborato con te in un ciclo di opere in cui ti ha, di fatto, immortalato al lavoro. Foto bellissime che concedono molto anche ad una certa astrazione. Come è stato lavorare sapendo di essere scrutato continuamente attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica?
JM: Manuela è una persona squisita e molto discreta. Ha iniziato a fotografare in silenzio, rispettando totalmente la mia concentrazione al punto che a fine giornata mi sono accorto che era ancora lì e quasi me ne ero dimenticato. Concordo sul risultato finale: foto molto belle.

A: Nelle tue nuove opere si nota un’urgenza di invasione degli spazi.
JM: Sì, sto tentando di spingermi oltre il limite imposto dalla forma della materia. Le mie sculture ultimamente tendono ad esplodere, oltre il perimetro tracciato dallo spazio che occupano, per conquistare finalmente la realtà. Un po’ come se il piedistallo non fosse, come non è in effetti, un simbolo di superiorità ma un semplice artificio pratico per l’esposizione corretta di un’opera che però lo travalica e lo supera.

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A: Hai citato un paio di volte una delle tue serie  di maggior successo, i Sopravviventi. Chi sono in definitiva questi meravigliosi personaggi?
JM: Sono nati tanti anni fa per un’esigenza di rapidità e di facile gestione. Ho fatto tantissime bancarelle improbabili con questi oggetti totalmente decontestualizzati in un ambito non certo adatto alla loro esposizione e diciamo che… non era un bel sopravvivere, almeno all’inizio. Ho interrotto la serie per un periodo dedicandomi ad altre cose e quando poi ho ricominciato a farli hanno “bucato” completamente l’attenzione del pubblico e devo dire che mi hanno aiutato davvero molto nel sostentamento personale in periodi di particolare crisi. Più che sopravviventi sono la mia agenzia di sopravvivenza. A parte gli scherzi, penso che il motivo del loro successo sia dovuto al fatto che le persone vedano in loro esattamente quello che sono: combattenti, guerrieri, lottatori che vogliono invadere il mondo. Nel mio immaginario arrivano da un’altra dimensione, dal buco, dal cantuccio, dal rottame, da una realtà post-atomica e surreale. Sono scarti a tutti gli effetti, quindi rappresentano il margine della società che si riaffaccia nel mondo per conquistarlo.

A: Massimo Scrocca di Varsi, quando lo abbiamo intervistato, ci ha detto che sei l’unico artista per il quale potrebbe pensare ad un percorso inverso rispetto alla street art, cioè dalla galleria alla strada. Ci hai mai pensato?
JM: Assolutamente sì. In occasione della mia ultima mostra a Latina ho installato in strada due sopravviventi, uno sulla staccionata della Aus+Galerie e un altro su un balcone nella stessa via. Stanno iniziando a conquistare lo spazio. E io con loro.

A: Progetti futuri?
JM: Spaccare il mondo!

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P.S. Solo adesso, rileggendo in forma scritta questa piacevole chiacchierata, ci rendiamo conto di non aver fatto a Jacopo tutta una serie di domande più specifiche sul suo lavoro, sul recente ciclo “metavento” ad esempio o sulle sue ricerche legate all’astrazione, ma come sempre, siamo stati attirati dalla curiosità di conoscere una storia personale più che una teoria o una filosofia critica.
Metteremo in agenda di tornare all’assalto di Mandich in una futura, seconda intervista.
Intanto ringraziamo sentitamente per questa prima, della quale siamo molto felici.
Noi abbiamo preferito accompagnare l’articolo con le nostre classiche foto low-fi rubate nello studio, ma sul sito www.jacopomandich.com potrete trovare immagini delle opere dell’artista che è seguito, a Roma, dalle gallerie Faber e Varsi.

Co.Ma

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