giacomo guidi: contemporary cluster

Giacomo Guidi, 34 anni da poco compiuti, ex campione di scherma. Dopo diverse esperienze apre Contemporary Clusterall’aventino, “zona con un karma pazzesco”, diceDa qualche tempo il suo interesse verso l’arte visiva si è modificato in qualcosa di molto più ampio e questo nuovo spazio sembra proprio rappresentare una svolta verso questa idea di contaminazione dei generi che ha sempre sognato di realizzareChe sia un personaggio fuori dagli schemi è un dato di fattoNoi lo abbiamo incontrato per conoscere la sua storia, certo, ma soprattutto per capire cosa ha in mente per l’immediato futuro. Ne viene fuori una lunga, cordiale e a tratti divertita chiacchierata. Le foto a corredo dell’articolo, al netto del ritratto in coda, sono state rubate proprio negli spazi di Cluster, durante i lavori in corso, diverso tempo faOra polvere e calcinacci sono solo un ricordo. Al loro posto, un ambiente caratterizzato da cemento a terra, pareti grigie, luce fredda e rifiniture in ferro fiammato, all’insegna di una scelta di gusto post-industriale con linee e volumi molto ben definiti.  Per scoprirlo l’appuntamento è sabato prossimo, per l’inaugurazione, con protagonista Alessandro Cannistrà. Ma non anticipiamo.  Buona lettura.

ArtequandoGiacomo, da dove vogliamo iniziare?
Giacomo GuidiDall’inizio. (risate)

A: Bene. Come ti sei avvicinato all’arte?
GGHo inaugurato la mia prima galleria circa 10 anni fa. Sono stato un atleta professionista, quindi viaggiando in tutto il mondo per motivi sportivi, ho avuto la possibilità fin da molto giovane di visitare musei, gallerie, fondazioni e di entrare in contatto con gli artisti e frequentarli. A Roma ad esempio passavo molto tempo con Renato Mambor, Carla Accardi ma soprattutto con Fabio Mauri, un grande saggio oltre che una personalità di altissimo livello che, permettimi di dirlo, manca moltissimo al mondo dell’arte. Con tutte queste meravigliose persone avevo frequentazioni non interessate. Seguivo semplicemente una passione e il piacere reale di dialogare con loro. Insomma, per farla breve è andata a finire che i primi guadagni derivanti dall’attività sportiva li ho spesi in opere.

A: Il primo approccio è stato quindi da collezionista…
GG: Diciamo da appassionato. Mi allenavo 10 ore al giorno, l’arte era un po’ anche una lavata di testa per me, un’evasione e nello stesso tempo un riparo. Fabio Mauri mi diceva continuamente che secondo lui sarei stato un ottimo gallerista proprio perché ero totalmente al di fuori dell’ambiente. Così, molto semplicemente, iniziai. Avevo dalla mia parte i consigli degli artisti dei quali ero diventato amico e anche una certa formazione umanistica.

A: Qual è stato l’esordio?
GG: 16 ottobre 2006, nella mia prima galleria a via del Cancello, a Roma. La mostra si intitolava “Prossimità” ed era una collettiva dedicata all’arte degli anni 80. Ora lì c’è una lavanderia a gettoni (ride).

 

Contemporary Cluster (work in progress)
Contemporary Cluster (work in progress)

A: Saltiamo subito all’oggi. Mi incuriosisce tantissimo questa decisione di cambiare completamente il tuo modo di intendere il concetto di galleria. Spiegami meglio cosa hai in mente. Intanto il nome: Cluster. Perché?
GG: Cluster è un concetto che appartiene ad una terminologia usata in tantissime materie. In chimica, in fisica, nell’informatica, nella musica. Immagina due elementi diversi che si avvicinano e creano un’estetica. In musica per dire ottieni armonia, in atomica bilanciamento e così via. 

AE qui cosa ottieni? Come si declina questo concetto all’interno  di questo nuovo spazio?
GG: Innanzitutto sviluppando una settorialità definita ma ampia. Arte visiva, architettura e design, fashion, gioielleria, musica, produzione musicale, vinyl shop e bookshop, ma anche cafè racer e lounge space. Tutto all’interno della stessa struttura, ogni settore nel suo spazio fisico ma tutto in collegamento. Partiamo da un artista visivo, dalla sua opera e dalla sua storia, quindi quadri, sculture, video, fotografie, la sua produzione insomma, esposta in questi ambienti in modo diciamo più o meno “canonico”. Per ottenere il cluster lo mettiamo in contatto con ogni settore qui presente, scegliendo maestranze altamente specializzate ed inclini alla sua creatività. Il risultato sarà rappresentato da prodotti che potranno variare dal capo di abbigliamento al gioiello d’artista, dalla sonorizzazione ambientale incisa su vinile in tiratura limitata all’artigianato applicato, tipo ceramiche e vetri. Tutto questo andrà a formare materialmente la mostra, in un percorso fisico e concettuale che porterà il visitatore a scoprire non solo la produzione di base dell’artista, ma anche in che modo avrà declinato il suo lavoro collaborando e fondendosi con ogni settore.

AInteressante. Questa è l’attività espositiva. La vita quotidiana di Cluster al di fuori delle mostre quale sarà? 
GG: Al di là del fatto che, ad esempio, negozio di dischi e bookshop saranno ovviamente sempre attivi, anche per quanto riguarda l’attività giornaliera avremo una settorialità rappresentata da show room di competenza, formazione e lounge, all’interno di microspazi dediti a questi specifici ambiti. Ho già individuato alcune partnership che, al di là della progettualità espositiva, possano lavorare all’interno di Cluster perché inclini al gusto e all’idea di questo posto. Il settore architettura, ad esempio, farà progettazione e realizzazione in modo totalmente autonomo e parallelo all’esposizione con risultati che saranno comunque a tutti gli effetti “prodotti Cluster”. La stessa cosa per quanto riguarda il design: anche qui faremo progettazione e realizzazione per clienti specifici, su commissione o anche per nostra vocazione creativa interna. Inoltre, per quanto riguarda la formazione, attività alla quale personalmente tengo moltissimo, avremo la possibilità di offrire masterclass a numero chiuso di fotografia o gioielleria con specialisti di altissimo livello.

A: E’ un progetto molto ambizioso.
GG: E’ un’idea di determinazione del gusto. Recentemente ho letto un articolo del New York Times nel quale si parlava di un ritorno al Bauhaus, non tanto dal punto di vista stilistico, quanto concettuale. Sento di aderire a questa tendenza. Si potrebbe pensare al concetto di Factory, ma in effetti è una cosa diversa, perché in quel caso era tutto totalmente incentrato sulla figura di Andy Wahrolgeniale di certo ma anche padre padrone e cannibale. Qui non sarà così. Ripeto, si parla di declinazione del gusto, non di imposizione. Qui cerchiamo una creatività condivisa e progettuale. Penso a Dada, a Fluxus più che alla Factory. Ai Futuristi.

 

Contemporary Cluster (work in progress)
Contemporary Cluster (work in progress)

AHai riferimenti ai quali ti sei ispirato, al di là di quelli provenienti dalla storia dell’arte? Qualcuno che agisca oggi con l’arte visiva, se non per creare uno spazio come Cluster, magari in modo simile a livello concettuale, anche solo dal punto di vista espositivo?
GG: Certo che . Ti dico un nome su tutti: Axel VervoordtA Venezia, a Palazzo Fortuny, un posto incredibile, questo belga preparatissimo e molto intelligente da anni porta avanti, proprio a livello espositivo e museale, il concetto di commistione tra arte antica e pensiero contemporaneo. Infinitum, Artempo, Proportio… le chiamano mostre ma per me sono veri e propri progetti di crossover, esempi altissimi e virtuosi di come “nel” tempo si possa creare una collezione “del” tempo. Meraviglie come questa del Fortuny mi ispirano e mi spingono a scelte importanti, come spostare l’asse dei miei progetti espositivi al di fuori del concetto classico di “galleria”. Ho fatto un lungo percorso per arrivare a questa convinzione, sono stato gallerista e curatore ma queste attività, viste come ruoli definiti e specifici, secondo me nel giro di qualche tempo rischiano di morire. Il curatore, in particolare negli ultimi anni, ha colmato il vuoto rappresentato dall’incapacità endemica degli artisti di esprimere in parole il proprio lavoro. Il curatore come lo intendiamo oggi secondo me è più un descrittore. Vervoordt è un curatore “vero”, perché trova connessioni tra una maschera etrusca e il lavoro di un artista contemporaneo su base estetica, culturale e concettuale. Di quelli che lavorano in questo modo ce ne sono pochi tra i cosiddetti curatori. In Italia forse solo Massimiliano Gioni… Poi certo, quando uno come Maurizio Cattelan ti fa una mostra spettacolare come “Shit and Die”, allora capisci che davvero non c’è più bisogno di curatori.

A: Francesco Bonami?
GG: A livello di ricerca sulla temporalità nell’arte visiva mi piace molto, Italics ad esempio era una bellissima mostra. Io però ambisco ad una multidisciplinarietà totale. Mi entusiasma quell’idea che porta il PS1 di New York ad esporre le fotografie di Bjork o la Fondazione Prada a veicolarsi attraverso il dialogo con la statuaria antica. Il contemporaneo è uno, viaggia tutto sullo stesso livello, non c’è serie A e serie B. Non è una religione monoteistica in cui l’arte visiva è Dio e il resto è polvere. 

A: Tieni conto che per Bonami qui ad Artequando nutriamo esattamente quella fiducia monoteistica contro la quale ti sei appena scagliato. (risate) Credo comunque di aver capito cosa intendi. Una cosa simile, in effetti, alle avanguardie di inizio Novecento. Per questo prima citavi il Bauhaus ed anche il Futurismo.
GG: Esatto. Prendi proprio il Futurismo. C’erano la pittura e la scultura futurista, d’accordo, ma anche la letteratura futurista, la musica futurista, la moda futurista, addirittura le ricette futuriste. Oppure torniamo alla Svizzera di inizio secolo scorso: gli artisti Dada erano anche attori, registi e scenografi nelle loro serate di teatro e il cabaret Voltaire era una fucina di idee, non solo un punto d’incontro tra forti bevitori (risate). Abbiamo riferimenti a queste connessioni anche in tempi più recenti. Magari non in Italia, ma nel mondo di posti come questo che sta nascendo qui a Roma ne trovi diversiQuesto la dice lunga sulla situazione in questo paese. 

A: In Italia, in effetti, negli ultimi anni sono nate molte realtà istituzionali, penso al Maxxi di Roma o al Museo del Novecento a Milano. Come se più che di gallerie o di spazi multidisciplinari come il tuo, ci sia bisogno oggi, appunto, di musei. Ti senti in controtendenza con questa realtà?
GGSinceramente non lo so se sono in controtendenza. La storia dell’arte come ti dicevo prima è piena di esperienze così, non mi sento il primo e non sarò l’ultimo. Riguardo ai nostri musei si possono dire tante cose. Oggi troppo spesso si fa finta di trovare dei contenuti perché in realtà abbiamo bisogno di contenitori. Il contenuto deve essere proporzionato al contenitore, altrimenti il contenitore è inutile. Ecco, questo spazio lo voglio caratterizzare proprio per la qualità del contenuto, perché parlare solo del contenitore è autoreferenziale.

 

Contemporary Cluster (work in progress)
Contemporary Cluster (work in progress)

A: Parliamo di qualità, allora. Cosa definisce per te il valore di un’opera o di un artista visivo?
GG: La capacità di essere “per” tempo “nel” tempo. Se un’opera è evergreen vuol dire che è sempreverde, cioè è sempre contemporanea, a prescindere dal mezzo, dalla tecnica, da tutto, perché ha un’alfabetica interna che tu potrai leggere sempre e sarà sempre comprensibile. E’ come un programma che non va aggiornato perché si aggiorna da solo. La Cappella Sistina non ha bisogno di upgrade, perché non è e non sarà mai vecchia. (risate) Ci sono nomi di artisti che sfideranno qualunque futuro, perché la loro opera sarà sempre attuale.

A: Visto che hai usato questa parola, “futuro”, ti chiedo qual è allora per te il futuro dell’arte contemporanea, intesa proprio come arte visiva. Da quello che dici sembra che sia solo nel dialogo con altre realtà creative.
GG: Perdonami, la parola dialogo è sbagliata, perché sovrintende già un confronto tra alterità. Io e te dialoghiamo se ci riconosciamo come due entità diverse. Se siamo la stessa cosa non dialoghiamo, progettiamo. Poi il risultato lo chiamiamo “opera d’arte”, perché semplicemente lo è. Ma magari non è per forza un quadro o una scultura. Tu prima mi hai chiesto cosa definisce il valore di un’opera, ma per me la questione è un’altra. Cosa è che ti fa dire che un oggetto è “un’opera”? E’ il progetto, secondo me, che può conferire a qualcosa il valore per essere un’opera e non il contrario.

A: Che riscontri stai avendo dopo questa svolta che ti sta portando a costruire Contemporary Cluster?
GG: Nemo profeta in patria (risate). Scherzo. L’interesse c’è, perché c’è una Roma molto particolare che non è quella dei vernissage, frequentati da un gruppetto di 40-50 persone in croce che, ti assicuro, sono sempre le stesse. Una piccola comunità in movimento da un’inaugurazione all’altra, alla ricerca di un bicchiere di vino e di quattro chiacchere tra amici (risate). Niente di male eh, davvero, ma io mi vorrei rivolgere all’altra Roma e all’altra Italiadiciamo così, perché sento un fervore che devo in qualche modo catturare per proporre, appunto, altro.

 

Contemporary Cluster (work in progress)
Contemporary Cluster (work in progress)

AE torniamo allora a questa nuova realtà. Da come hai raccontato il progetto, nella sua complessità, mi pare di capire che sia finito il periodo nel quale pensavi di poter fare tutto da solo…
GG: (risate) Non ce la potrei mai fare. Guarda, tutto quello che ho vissuto negli ultimi tempi mi ha restituito una serenità personale ed una lucidità progettuale che onestamente prima non avevo. In una recente intervista per Artribune ho riconosciuto pubblicamente molti errori fatti nel passato, tralasciando volutamente alcuni aspetti sui quali si potrebbe anche discutere ma per i quali, credimi, oggi non ho più alcun interesse. Il primo step è stato, quindi, proprio quello di scegliere le persone giuste per questa avventura, a partire dai miei soci Giorgia Cerulli e Danilo Maglio, che si occupano di architettura e design, il Construction Manager Giovanni Miceli Alessandro Cattedra, Event Manager. Poi, a seguire, i partners progettuali e parliamo di professionisti di settore di livello assolutoIo mi riservo il ruolo di direttore artistico e creativo, sarò un connettore tra i vari reparti, ma ognuno qui ha la competenza specifica per potersi occupare autonomamente e responsabilmente del suo settore.

A: Facciamo qualche altro nome, allora…
GGCertamente. Per il settore fashion design abbiamo Lumen et Umbra, una coppia lavorativa che produce una moda di avanguardia creata con materiali innovativi. Per la gioielleria Paolo Mangano, un professionista che non ha bisogno di presentazioni e che ha una grandissima esperienza di collaborazione con artisti visivi.  Per il bookshop abbiamo una partnership con Colli Independent, un’eccellenza in campo editoriale. Der e Altarboy per la musica, poi Paolo Pinchetti di Ottodrom per il Café Racer, una vera istituzione per tutti gli amanti di estetica applicata alla motocicletta, Ludovica Palmieri che sarà l’executive e Francesca Martinotti che si occuperà dell’Ufficio Stampa. 

A
: Parliamo dell’inaugurazione.
GGL’opening sarà sabato 12 novembre, con protagonista Alessandro Cannistrà, un artista totale che rappresenta l’inizio ideale per le nostre attività. Oltre alle sue opere produrrà gioielli e anche ceramiche e vetri, in collaborazione con la mitica Bottega d’arte ceramica Gatti di Vicenza, a proposito di eccellenze. Il catalogo sarà un disco di vinile con musica originale legata all’esposizione, tiratura a 40 esemplari, copertina cucita a mano e stampa d’arte all’interno, ovviamente firmato e numerato. Un’apertura niente male, che dite?… (risate) Vi aspetto all’inaugurazione, non scherziamo eh..

Saremo presenti. Ovviamente. In bocca al lupo Giacomo...

 

Giacomo Guidi (foto: Angelo Cricchi)
Giacomo Guidi (foto: Angelo Cricchi)

Contemporary Cluster
Via L. Robecchi Brichetti, 12 – Roma
Inaugurazione sabato 12 novembre
Contemporary Cluster #01
Alessandro Cannistrà

A cura di Co.Ma

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