galleria varsi: santa miseria; herakut cries in rome

Graffi sul muro dell’indifferenza e dell’intolleranza.
Parole, volti, fotografie, ricordi, geografie.
La voce della disperazione che si fa speranza, il grido silenzioso dell’emarginato che porge l’altra guancia mentre alza il trofeo della propria sopravvivenza quotidiana.
Hera e Akut, una donna e un uomo, tedeschi entrambi, classe 81 lei e 77 lui, hanno unito i loro nomi e i loro segni in una poetica lirica e politica, che parla del nostro tempo al nostro tempo.
La loro storia è abbastanza recente ma già colma di tracce disseminate in tutto il mondo, dalla Germania alla Giordania, passando per Inghilterra, Israele e Stati Uniti.
Massimo Scrocca e Marta Gargiulo colpiscono ancora una volta nel segno, portandoli a Roma per la loro prima personale italiana nel tabernacolo della Galleria Varsi, dove il canto di questo talentuoso duo di straordinari artisti diviene ecumenico e spirituale, l’esaltazione dell’umiltà e della purezza contro lo strapotere dell’arroganza e della prepotenza.

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Stando al centro della galleria, proprio con i piedi sulla loro firma tracciata sul pavimento, si viene circondati da personaggi affacciati dalla periferia del mondo.
Si può cum-patire senza compatire, si può cioè sentire insieme, vivere insieme, toccarsi, tramandarsi, esondare l’uno nell’altro: questa schiera pacifica di creature di scarto cerca empatia, non commiserazione, giacché la commiserazione prevede superiorità e in questo caso non esiste superiorità possibile, perché il loro reale disagio e il nostro apparente benestare risultano facce della stessa miseria.
Santa Miseria, appunto: un’invocazione, un’esclamazione ma anche una semplice, universale, religiosa verità.
Massimo Scrocca, durante l’affollata inaugurazione, ci dice che “è stata un’esperienza incredibile vederli lavorare: lei traccia le linee guida di ogni lavoro e poi arriva lui, con una capacità tecnica da urlo, quasi fotorealista nei particolari della pelle, degli occhi, delle labbra.”
Ha gli occhi lucidi Massimo, come gran parte delle persone intorno a noi, avvolte dall’abbraccio polveroso eppure candido di queste figure dall’apparenza triste e malinconica eppure straordinariamente serene.

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Non si può fare a meno di notare che la galleria non è mai stata così piena di dettagli, di scritte, addirittura di oggetti.
“Tutta la mostra è una testimonianza dei viaggi che hanno fatto in giro per il mondo, sono presenti quindi le storie delle persone che hanno incontrato, i loro racconti, le loro vite e i loro insegnamenti. Ci sono foto, frasi intere scritte sui muri, ci puoi mettere delle ore a scoprire ogni particolare.”
Le frasi, è vero… sono moltissime, praticamente ce ne sono su ogni opera: “danno al fruitore il modo di entrare più velocemente nella narrazione”, leggiamo sul catalogo.
Tra i tanti stimoli visivi, notiamo un piccolo sketch incorniciato: è il disegno preparatorio del loro primo muro pubblico in Italia, a torpignattara, ovvio.
E’ ormai una tradizione per le mostre organizzate qui da Varsi: indoor chiama outdoor.
“Faranno tutto nel giro di una settimana, anche una serigrafia con lo stesso soggetto del murale: saranno giorni intensi e faticosi ma ti assicuro che vederli lavorare è un’esperienza impagabile.”
Ci crediamo, Massimo, siamo circondati da meraviglia e creatività.
Una mostra che promette lacrime e stupore, che urla, come recita il sottotitolo “Herakut cries in Rome”.

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Chiamatela arte di strada, arte contemporanea, arte visiva, graffiti, murales, chiamatela come vi pare: questo è un inno alla vita declinato nell’essenza stessa dei nostri giorni ed ha ben maggiore dignità dello sterile, finto e distaccato turbamento che proviamo di fronte ad un telegiornale quando leggiamo in sovrimpressione la parola migrante, mentre con la mano sinistra ci autocelebriamo in una vuota condivisione da social network.
Non c’è società, civile od incivile, in cui l’arte non sia stata indicatore di un’emergenza, di un contrasto o anche solo di un accento stonato nel coro unanime della normalità.
Herakut sono portatori sani di quella sensibilità alla ricezione e alla trasmissione che è l’essenza stessa dell’essere artisti e la loro esperienza, narrata attraverso le esperienze di altri uomini e donne che hanno contaminato e benedetto il loro cammino, è ora disponibile per noi in pochi metri quadrati alla galleria Varsi.

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Fatevi un regalo.
Andate e vedete.
La parola migrante si fonderà con le parole misero, povero, umile e alla fine magari con le parole uomo e donna e poi, finalmente, con la parola persona e solo allora sarete di fronte ad uno specchio e quelle sillabe, quei suoni, acquisteranno una volta per tutte un senso.

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Galleria Varsi

via San Salvatore in Campo, 51 –Roma
HERAKUT
SANTA MISERIA
(Herakut cries in Rome)

a cura di: Massimo Scrocca e Marta Gargiulo
17 settembre – 5 novembre 2015

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Co.Ma

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