galleria faber: lucus; valerio giacone

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.
(“Prospettiva Nevskij”, Franco Battiato, 1980)

Su Valerio Giacone siamo di parte, lo ammettiamo.
E’ un artista che seguiamo da sempre, affascinati dalla sua opera, dalla sua creatività ed anche dal suo carattere mite ed introverso.
Mentre camminiamo su via dei Banchi Vecchi, a Roma, diretti alla Galleria Faber per la sua nuova personale, già dalla strada siamo colpiti dall’esplosione di colore che traspare dalla vetrina del piccolo spazio diretto da Cristian Porretta e Tomoko Asada.
I toni esplorati da Giacone sono sempre stati, finora, molto poco accesi, come se quell’intimità manifestata dal sorriso timido della persona si riflettesse sulla scelta dell’artista di restare in sottofondo, di chiedere quasi all’interlocutore di fare lui un passo verso l’opera e non, quindi, di imporre il proprio messaggio amplificandolo in un qualunque modo.
Finora, appunto.
Entriamo.

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Valerio, ti è esploso il colore nello studio…
“Finalmente, no?”
Le pareti della galleria ospitano dipinti luminosi e di grandi dimensioni, realizzati con tecnica mista e benedetti dall’uso della cera d’api, altro marchio di fabbrica e segno distintivo della casa.
Il colore, dicevamo, letteralmente esplode.
Sono presenti disegni installati, una metodologia cara all’artista, su superfici lignee e oggetti di recupero ma anche libri d’artista e qui, forse, sembra di vedere un Giacone più familiare, più confidenziale e meno deflagrante.

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In generale comunque c’è luce, c’è materia, c’è un artista nel pieno della sua ricerca e una galleria d’arte che fa veramente la galleria d’arte, cioè sceglie un nucleo di artisti e li accompagna, sostenendoli, nel loro percorso, proponendo a distanza di tempo le loro creazioni e mostrando la loro evoluzione.
Valerio, ti ricordi dieci anni fa, ad una tua mostra sulle periferie urbane, quando dicevi che non avresti mai dipinto opere astratte?
Valerio ride.
“E’ vero, anche Cristian mi ripete sempre questa cosa. La verità è che io non penso di aver abbandonato la figurazione. Semmai la città ha lasciato il posto alla natura, ma anche su questo potremmo discutere. E comunque ti assicuro che queste opere non sono assolutamente astratte.”
L’astrazione delle figure, in effetti, è apparentemente evidente e marcata ma basta uno sguardo dedicato e non passeggero per scorgere con una certa facilità paesaggi bucolici, alberi, sentieri e una natura insomma sempre viva e protagonista.

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Ecco allora che lentamente ci addentriamo in questo bosco sacro, il Lucus, appunto, un santuario pagano di luce e di ritualità arcaica, trasportati da un vortice di segni all’interno di un armonico caos.
Potremmo dire, giocando con le parole, che Valerio Giacone ha sostituito la pittura ad olio con una pittura olistica, nel senso che ogni cosa, ogni visione, ogni evento sembra profondamente legato e derivato da qualcosa che l’ha preceduto, in una connessione reale tra arte e vita.
E’ vero, le periferie di dieci anni fa hanno lasciato il posto alla natura, come un ragazzo della via Gluck al contrario, ma lo spazio geografico e mentale sembra essere lo stesso, fornendo l’impressione che qualcosa sia crollato per lasciare il posto ad altro e chissà, magari tra altri dieci anni, nel ciclo dell’esistenza, sarà il metallo, comunque mai del tutto abbandonato e presente anche in questa esposizione, a riprendere il posto del legno nell’arte di Giacone e nel suo mondo ideale.

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Valerio, dopo tanti anni che ci conosciamo, siamo pronti per farti un’intervista.
“Va benissimo. Venite a trovarmi nel mio nuovo studio a trastevere. Quando volete.”
Ti prendiamo in parola Valerio.
Apri.
Siamo noi.
Prossimamente su Artequando.

Galleria d’arte Faber
via dei Banchi Vecchi, 31 – Roma
Lucus
Valerio Giacone
a cura di Cristian Porretta
fino al 10 luglio 2016

Altre foto, come sempre, sono disponibili sul nostro profilo Instagram, che vi invitiamo a visitare e seguire.

Co.Ma

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