forte di belvedere, piazza della signoria, palazzo vecchio: spiritual guards; jan fabre

Quando Jan Fabre chiama, Artequando risponde.
Andiamo a Firenze per la grande mostra del nostro eroe fiammingo, che si sviluppa in tre sedi, inseminate dalla sacralità e dalla spiritualità di questo genio contemporaneo.
Iniziamo con il Forte di Belvedere, luogo magico ed alchemico che già in passato aveva ospitato i lavori di Giuseppe Penone ed Antony Gormley.
Circa 20 minuti di cammino dalla stazione di Santa Maria Novella, passando per Ponte Vecchio e poi inerpicandosi per una salita degna di un gran premio della montagna: è così che si arriva in questa antica fortezza medicea che domina tutta Firenze dall’alto, con vista da capogiro.
E’ qui che c’è il nucleo tematico dell’esposizione,  è qui che le opere di Fabre, interagendo con lo spazio architettonico, con il giardino, con i bastioni, creano un impatto visivo ed emotivo sublime, da forte rischio sindrome di Stendhal.

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Protagoniste assolute le sculture in bronzo, evocative, eroiche ed antieroiche al tempo stesso, cariche di simbolismo, mito, storia e umanità.
Il volto scolpito è sempre il suo, come da tradizione, a testimoniare un’unione indissolubile tra arte e vita, tra biografia e storia, tra noi e lui, Jan, sciamano contemporaneo, filosofo, scienziato dell’anima, sperimentatore e guerriero.
E’ lui a misurare le nuvole, a sostenere la croce, a dirigere il suono della città, a ridere, a sbeffeggiarci anche.
In ogni torretta di guardia, rivolti verso la città, verso l’esterno, degli scarabei portatori di simboli sacri e pagani, a dare ancora di più il senso di questo titolo così importante, “Spiritual Guards”.
All’interno del forte, un piccolo ma interessante numero di altre piccole sculture ed anche video relativi all’aspetto performativo di questo grandissimo artista realmente totale.
Usciamo portandoci dentro una fortissima emozione.

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La mostra in questa sede, per inciso, è gratuita ma non ci sarebbe un costo facilmente quantificabile per la tanta bellezza offerta.
Ancora una ventina di minuti, in discesa stavolta, per arrivare a piazza della Signoria, al centro del centro di Firenze.
Di fronte a Palazzo Vecchio, in dialogo con il monumento equestre di Cosimo I del Giambologna, ecco di nuovo Jan a cavallo di una gigantesca tartaruga: Searching for Utopia, forse l’opera più fotografata e condivisa di questa mostra.
Intorno al cercatore e al suo destriero, orde di barbari armati di bastone da selfie alla ricerca dello scatto perfetto, ma questo è all’ordine del giorno, non siamo snob e radical chic, via… siamo a Firenze e siamo di Roma, sappiamo come funziona.
Poi certo… se sulla base della scultura si invita caldamente a non salire, a non toccare, a non fare ciò che insomma non si dovrebbe fare con qualunque opera d’arte non pensata per l’interazione diretta e vedi gente che sale, che tocca e che fa quello che di norma non si dovrebbe fare con qualunque opera d’arte non pensata per l’interazione diretta… diciamo che ci rimani un po’ male.

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Entriamo a Palazzo Vecchio e scopriamo che davanti all’ingresso c’è sempre lui, Jan, a misurare le nuvole.
Qui si pagano 10 euro perché bisogna accedere proprio al museo: è lì che il nostro eroe ha infatti posizionato altre opere, nelle stanze dell’edificio, tra affreschi, dipinti e statue classiche.
Uscendo abbiamo addirittura il tempo di prendere un buon bicchiere di vino, prima di raggiungere di nuovo la stazione, sempre a piedi… perché si può fare, perché questa mostra sia un piccolo pellegrinaggio laico all’eremo di un grande artista.
I nostri complimenti alle curatrici Melania Rossi e Joanna De Vos e al direttore artistico del progetto Sergio Risaliti.
Questa è proprio una cosa da fare, davvero.
Ci mettete una mattinata piena o un pomeriggio a vedere tutto, una mezza giornata insomma.
Jan Fabre chiama.
Rispondete.

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Veniteci a trovare su Instagram per altre immagini…

Forte di belvedere, piazza della Signoria, Palazzo Vecchio
Firenze
Spiritual Guards
Jan Fabre
Direzione artistica: Sergio Risaliti
Mostra a cura di: Joanna De Vos e Melania Rossi
Fino al 2 ottobre

Co.Ma

3 Comments

  1. Certo che dopo Henri Moore è difficile fare ancora qualche cosa di significativo con il bronzo e queste di Jan Fabre sono figure davvero goffe. Colgo l’occasione per commentare anche i suoi gatti randagi appesi ad uncini. Io amo gli animali. Ho o avuto gatti e cani e non mi sognerei di abbandonarli e chi lo fa dovrebbe essere punito. Ma queste esibizioni di animali morti sono davvero grottesche, prive di acutezza. Sono solo immagini truculenti molto utili a sollevare rumore. Quello che ormai molti artisti contemporanei sembrano esclusivamente capaci di fare, sollevare molto rumore inutile.

    1. Grazie Anne per il tuo commento. Jan Fabre, ormai la cosa è risaputa, non uccide né maltratta gli animali. Li utilizza impagliati e, lo ha più volte dichiarato, morti per cause naturali. Questo lo sai evidentemente poiché nelle tue parole non c’è contestazione sul fronte “difesa degli animali”, giacché, tra l’altro, l’opera che hai citato è, appunto, un’accusa verso chi li abbandona. Il discorso riguardante l’interpretazione della sua arte e della sua creatività è, invece, un aspetto certamente legato alla sensibilità, alla preparazione e al gusto di ognuno. Noi lo riteniamo uno dei più grandi artisti contemporanei, con un raggio d’azione che spazia dall’arte visiva al teatro. Fabre ha sempre utilizzato un linguaggio visivo aggressivo, anche e soprattutto verso il suo stesso corpo. Chiede ai suoi performer e ai suoi attori dei veri e propri sacrifici fisici ed emotivi. Non c’è solo rumore e sensazionalismo, ma una poetica ben strutturata in anni di attività, mostre, performance e spettacoli. Non cambia, insomma, la nostra opinione su di lui, ma accogliamo comunque la tua con piacere.

      1. Grazie di rispondermi cosi presto e tanto amabilmente. Certo che i gusti e le posizioni etiche di un’artista non sono, salvo in casi di effettiva crudeltà, sindacabili. Ma penso che ha ragione Marshall McLuhan e che il medium è sempre il messaggio. Per questo, se vogliamo difendere la civiltà, la pace, la cultura e la democrazia non funziona rappresentandone il suo contrario. So bene che non è Fabre ad uccidere gli animali che utilizza, ci mancherebbe. Ma sono comunque immagini cruenti che possono ispirare a gesti simili piuttosto che a incentivare le persone a diventare migliori, ma che invece provocano, immancabilmente, tanto rumore che favorisce la notorietà dell’artista. Non è una rappresentazione teatrale dove le parole possono, appunto, spiegare. Qui opera l’impatto forte dell’immagine. Anch’io sono un’artista e mettendomi nei panni di Fabre, immaginandomi ad uncinare dei gatti, mi accorgo che sarebbe potuto venirmi in mente solo se avesse davvero una buona dosa di morbosità con tutta l’ambiguità che questo comporta.

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