cristian porretta: galleria faber

Cristian Porretta (nella foto in alto mentre inaugura la mostra Costruzione, alla presenza degli artisti Valerio Giacone e Jacopo Mandich), quarantenne padrone di casa della “quasi neonata” Gallera Faber: formazione artistica da autodidatta,  impegno e serietà  invidiabili. Dal centro di Roma, una piccola galleria che guarda al futuro con  speranza e sana passione. Non poteva esserci inizio migliore per il nostro capitolo dedicato alle interviste.

Artequando: Cristian, come nasce la passione per l’arte?
Cristian Porretta: Nasce in ambiente familiare da mia madre, ma soprattutto da mio padre che, da appassionato, ha frequentato molti artisti dell’ambiente romano negli anni a cavallo tra i 70 e gli 80: Vespignani, Calabria, Sanguigni, Roselli. Fin da bambino ho respirato quel clima e chiaramente il mio primo interesse è stato proprio per l’arte di quel periodo, per le opere dei vari Schifano o Rotella che vedevo appese alle pareti di casa o a casa di amici. Da lì è nata questa passione unita a quella per le stampe antiche, di cui mio padre è un notevole cultore.

A: Qual è il tuo titolo di studio?
CP: Sono laureato in scienze politiche. La passione di cui parlavo poco fa è stata sopita per diverso tempo, in effetti ho iniziato a fare il gallerista immediatamente prima di avere una reale istruzione artistica. Quando ho iniziato a pensare a questo lavoro mi sono addentrato nello studio dell’arte e la conoscenza di molti amici appassionati e collezionisti mi ha portato ad avere continue conversazioni e input e ad avvicinarmi a mondi magari lontani dal mio gusto ma che sono fondamentali da conoscere e capire per avere un quadro il più completo possibile. Ho studiato moltissimo, divorato libri d’arte, visto mostre e visitato gallerie, sono sette anni che non faccio altro.

A: Parliamo allora dei tuoi inizi come gallerista.
CP: Nel 2007 sono stato chiamato a lavorare a Spazio 120, una piccola galleria di via Giulia, come direttore artistico. Avevo grande libertà di scelta e azione, seppur vincolato da una proprietà con idee a volte diverse dalle mie. Devo comunque molto a quell’esperienza per la possibilità che mi ha dato di iniziare materialmente a lavorare in questo ambiente.

A: Il grande passo avviene l’anno scorso.
CP: Un anno e mezzo fa per l’esattezza. Aprire una galleria interamente mia è stata una soddisfazione enorme, dopo un periodo di grande difficoltà. Quando Spazio 120 è stato chiuso e il locale riconvertito ad altro uso mi è crollato il mondo addosso. Poi con l’aiuto di mia moglie, scenografa nel cinema, ho trovato questo posto, non molto grande ma a mio parere perfetto per esporre arte. A livello di spazialità architettonica è proprio il tipo di galleria che mi piacerebbe andare a visitare. Piccola, con pareti bianche, asettica ma con una spiccata personalità data dal pavimento, dall’ingresso con taglio diagonale e dall’archetto simbolico che quasi divide lo spazio in due sale e quattro pareti.

A: Primo passo trovare il locale, secondo passo scegliere un nome…
CP: La scelta di chiamarla galleria “Faber” nasce principalmente dall’idea che ho io di arte come “saper fare”, in senso fisico. Il concetto per me non basta, almeno in linea teorica, poi ci sono momenti e modalità in cui è fondamentale, come ci hanno insegnato esperienze anche di rottura che ci sono state nella storia dell’arte, ma in linea più concreta l’arte per me è esattamente questo: “saper fare” in ogni forma di espressione artistica, dalla pittura alla scultura, dal video all’installazione, alla performance.

A: C’entra qualcosa Fabrizio de André?
CP: Indirettamente sì. Il suo “Homo Faber” è un individuo che si mette in gioco e si esprime artisticamente guidato da un pensiero. Il nome non nasce da un’ispirazione diretta di De André ma è un nobile accostamento che mi piace.

A: Parliamo ora di quello che c’è dentro la galleria. Come scegli gli artisti che esponi?
CP: Il punto di partenza sette anni fa, non poteva essere altrimenti, è stato il nucleo di artisti “ereditato” tra le amicizie di famiglia e dei quali ho parlato all’inizio. Oggi il nome “Faber” è un riferimento reale per me: tutti gli artisti che seguo attualmente lavorano con la materia in modo spiccatamente fisico. C’è stato un percorso di circa cinque anni in cui ho cercato e conosciuto e visitato molti studi e scantinati per arrivare oggi a selezionare non solo persone ma un’idea vera e propria, una linea artistica da seguire con fermezza, anche se in queste cose bisogna sempre mettere in preventivo possibili evoluzioni e mutamenti. Poi ci sono stati due incontri fondamentali. Il primo è quello con Alessandro Kokocinski, un artista che mi onora della sua presenza ed amicizia e che tra l’altro espone pochissimo in gallerie e quasi esclusivamente in spazi pubblici e istituzionali. Il secondo è Valerio Giacone: ecco, lui è forse la mia soddisfazione più grande. Ci vuole anche fortuna nell’incontrare e scoprire un artista così giovane che poi quasi ti esplode in mano, soprattutto per una galleria indipendente e priva dei mezzi economici per investire in modo massiccio sul talento di un esordiente. Valerio è un artista che da subito ha avuto un forte appeal sul pubblico. Credo che sia stato un bene anche per lui trovare, nel momento giusto della sua creatività, un gallerista che lo ha lasciato libero di sperimentare e crescere.

A: Come hai conosciuto Jacopo Mandich?
CP: Jacopo è l’altro grande talento della Galleria Faber, anche lui molto giovane, con i suoi 36 anni. Qui il merito è un po’ meno mio, nel senso che l’ho visto e seguito in altre mostre prima di portarlo da me. Lui rappresenta perfettamente il concetto di “Faber” in scultura, perché il suo lavoro sfiora davvero a volte quello del fabbro, essendo il ferro il materiale che predilige. Valerio e Jacopo adesso sono il volto di questa galleria.

A: In esposizione in questo momento ci sono proprio opere a quattro mani di Giacone e Mandich. E’ stata una tua idea? Hai avuto in questo riferimenti importanti, penso ad esempio a storiche collaborazioni come quella tra Warhol e Basquiat?
CP: Sì, è stata una mia idea e devo dire che tutti hanno apprezzato, collezionisti e critica. Da una parte si tratta di un ritorno al passato per quanto riguarda il concetto di collaborazione tra artisti, qui però la novità è forse rappresentata dal fatto che stiamo parlando di un dialogo tra pittura e scultura e questo magari è un po’ più raro e meno intuibile. All’inizio doveva essere una mostra a due, ognuno con i propri lavori e solo alcuni esperimenti a quattro mani, poi, lavorando insieme, hanno trovato una tale armonia che la produzione è stata sorprendente in quantità e qualità. Il titolo della mostra era “De Costruzione”, dove il senso era doppio: decostruire ma anche, utilizzando un latinismo, “sul” costruire.

A: Penso che ognuno di loro abbia in parte decostruito la sua struttura per costruire qualcosa di diverso insieme all’altro. Risultato meraviglioso a giudicare da quello che vedo sulle pareti. La sera del finissage della mostra “De Costruzione” hai, quasi in forma di performance, cancellato sulla porta a vetri della galleria le lettere “De” e inaugurato all’istante la mostra “Costruzione”, con nuove opere sempre di Giacone e Mandich.
CP: Sì, perché dopo la prima mostra hanno continuato a lavorare insieme, producendo nuove opere nelle quali Giacone ha sperimentato diverse soluzioni coloristiche e anche Jacopo ha partecipato in modo forse più consapevole nel rapporto con la pittura di Valerio. Il lavoro si è parzialmente astratto e questa credo sia una normale evoluzione. Anche in questo senso nella seconda fase hanno più costruito che decostruito, da qui il senso di mostrare questi lavori in una nuova mostra, trasformando un finissage in un vernissage.

A: Qual è l’artista vivente, anche superstar, che ti piacerebbe esporre, avendone la possibilità?
CP: Anselm Kiefer. Lui è molto “Faber” se ci pensi. Anche tra gli italiani ce ne sono moltissimi che mi piacerebbe esporre.

A: Sto pensando a un incontro Kiefer-Mandich…
CP: Sarebbe spettacolare!

A: Quali sono le difficoltà per un gallerista come te, oggi, soprattutto a Roma e in Italia, una piccola provincia nel mondo, almeno dal punto di vista artistico-contemporaneo?
CP: Condivido quello che hai appena detto su questa città. Roma propone pochissimo. Ci sono moltissimi musei pubblici che sembrano cattedrali nel deserto e pochissima attenzione agli artisti giovani. Le difficoltà per chi fa il mio mestiere risiedono soprattutto nel riuscire a trovare visibilità, cosa non facile per un piccolo spazio come questo. Certo, l’aspetto economico non è per niente sottovalutabile, basti pensare a quali possano essere i costi di partenza per creare da zero un’attività commerciale in questo campo. Ecco, questa è una cosa che le istituzioni, i comuni, gli assessorati potrebbero fare: offrire spazi, occuparsi in qualche modo di chi, come noi, veicola e propone cultura, aiutandoci attraverso progetti condivisi a sostenere giovani artisti di talento. Non sto parlando di aiuti economici, ma di sostegno culturale e magari curatoriale: in questa città si fa fatica perfino ad organizzare una fiera. Le fiere… le fiere aiutano ma hanno costi altissimi che non tutti possono permettersi. Certo, ci sono fiere considerate “off” interessanti e avvicinabili, penso a The Others di Torino, ma sono casi molto rari. Comunque l’anno prossimo ho in progetto di considerare la partecipazione ad una fiera: sarebbe un po’ bruciare i tempi pensando che saremmo allora solo al terzo anno dall’apertura, ma ciò che mi sta convincendo è proprio l’idea di proporre un allestimento con Giacone e Mandich, garanzia per me di qualità assoluta.

A: Che rapporto hai con gli artisti?
CP: Io chiedo serietà, educazione e rispetto per il mio lavoro e per chiunque entri dentro la galleria, una politica dei prezzi giusta e condivisa, fiducia reciproca e poi… un po’ di amicizia, che subentra inevitabilmente col tempo. Se pensi che io passo tra queste quattro mura la maggior parte delle ore di ogni mia giornata, puoi capire come al momento, nei limiti di una professionalità necessaria quando si parla di lavoro, i miei migliori amici siano proprio gli artisti. Dal punto di vista creativo non ho richieste: la selezione, molto ferrea, l’ho già fatta in partenza.

A: Qual è il ruolo di un gallerista in un settore come quello del mercato dell’arte, così saturo di livelli?
CP: Principalmente deve essere uno scopritore di nuovi talenti. Mancando riferimenti ai livelli alti e istituzionali tocca alle gallerie, soprattutto quelle piccole, fornire al visitatore, al turista d’arte, al collezionista e all’appassionato, l’informazione sulle novità e sui fermenti dell’arte di oggi. Non è vero che in arte è stato detto tutto. E’ stato detto moltissimo, ma non tutto. La vocazione di una galleria per me è proprio quella di far crescere nuovi artisti, proporre altissima qualità, con una linea definita e personale e, in questo momento di crisi, applicare prezzi onesti per far avvicinare più persone possibili alla cultura e all’arte.

A: Progetti futuri?
CP: Stiamo lavorando ad una mostra in una sede pubblica per Giacone e Mandich e poi ad una personale con lavori recentissimi di Kokocinski sul tema del Circo, in corrispondenza con la sua prossima mostra alla Fondazione Roma intorno a settembre-ottobre. Prima di allora entreremo in permanenza con tutti gli artisti sostenuti da Faber, con una particolare attenzione verso Arianna Matta e Giulia Spernazza, per le quali stiamo progettando una mostra doppia.

A: In chiusura, segnalaci un artista giovane che stai seguendo ultimamente.
CP: Roberta Sanges: fa un lavoro piuttosto intenso usando una tecnica che mi piace moltissimo, china e varechina su carta.

Galleria Faber
via dei Banchi Vecchi, 31 – 00186 Roma
www.galleriadartefaber.com

 

Galleria Faber: "Costruzione", Valerio Giacone e Jacopo Mandich
Galleria Faber: “Costruzione”, Valerio Giacone e Jacopo Mandich
Galleria Faber: "Costruzione", Valerio Giacone e Jacopo Mandich (particolare dell'allestimento)
Galleria Faber: “Costruzione”, Valerio Giacone e Jacopo Mandich (particolare dell’allestimento)
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Tormenta (Galleria Faber)
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Tormenta; Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: De Costruzione (particolare); Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: De Costruzione (particolare); Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Uomo; Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Uomo; Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Red River; Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Red River; Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Ponte; Galleria Faber
Valerio Giacone e Jacopo Mandich: Ponte; Galleria Faber

Co.Ma

 

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