100 anni di dada

«Ognuno di voi ha nel cuore una calcolatrice, un orologio e un piccolo pacchetto di merda.»
(volantino Dada)

E’ il febbraio del 1916 quando un regista teatrale tedesco, Hugo Ball, apre a Zurigo il Cabaret Voltaire.
In piena prima guerra mondiale, nella neutralissima Svizzera, questo locale accoglie un piccolo ma infuocato drappello di giovani intellettuali europei fuggiti dai loro rispettivi paesi; sono i rumeni Tristan Tzara e Marcel Janco, i tedeschi Richard Hueselnbeck e Hans Richter e il francese Hans Jean Arp.
Nasce Dada, un’avanguardia destinata ad influenzare le generazioni future per decenni e fino ad oggi e, di certo, anche domani e dopodomani.
Influenzare è proprio la parola giusta, visto che Dada agisce esattamente come un virus, si insinua nella coscienza della borghesia di ogni tempo e nelle pieghe del conformismo per modificarne la struttura dall’interno, strizzando l’occhio e poi colpendo il bersaglio con le armi dell’irriverenza e del sarcasmo.
Tutti i campi della creatività sono toccati da questo cataclisma spernacchiante e rumoroso, dall’arte visiva alla letteratura, dal teatro al cinema, dalla danza alla musica, alla fotografia.
Ora non siamo qui a fare una storia di Dada perché è pieno il mondo di libri, articoli e pagine web.
Quello che ci fa riflettere, qui sul pianeta Artequando, è più che altro un aspetto relativo all’eredità lasciata da questa avanguardia, un’eredità ben più presente di quello che si possa pensare.
Dada ha sdoganato l’ironia all’interno della cultura, ha reso la dissacrazione una forma d’arte ma ha anche rivoluzionato le regole della comunicazione, sperimentato l’efficacia dello slogan, esaltato l’importanza della grafica nei meccanismi della divulgazione, anticipato tendenze della moda, introdotto canoni estetici che prescindevano dal senso del bello comunemente riconosciuto come tale, sconvolto gli stili della scrittura teatrale introducendo regole che sarebbero state poi riprese da gente come Artaud e Ionesco ma anche, parallelamente, da  Ettore Petrolini; Dada ha inoltre esaltato la performance come forma d’arte e suggestionato movimenti culturali e musicali come il Punk o singoli musicisti come David Bowie.
Se parliamo, nello specifico, di arte visiva, dopo essere stato veicolato in tutti gli intellettuali coinvolti nel secondo periodo, quello parigino, intorno alla figura di Marcel Duchamp, Dada viene da sempre visto come il movimento progenitore del Surrealismo e dell’Happening, oltre ad essere accostato ad esperienze come Fluxus, Nouveau Realism e Pop Art, portando addirittura a far coniare il termine New Dada per riunire criticamente l’arte di gente come Robert Rauschenberg, Jasper Johns o Claes Oldenburg oppure semplicemente per fare fin troppo facili accostamenti con l’opera di artisti come Piero Manzoni,  Maurizio Cattelan o ancora Joseph Beuys.
Ecco allora che questo Centenario della nascita di Dada, anniversario che volge al termine, offre l’occasione per una riflessione reale sull’importanza di questa avanguardia nella nostra società, alla ricerca di tutte le tracce lasciate, su più livelli, da questi giovani scavezzacollo tutt’altro che improvvisati.
Ancora è possibile trovare mostre ed eventi celebrativi in tutto il territorio italico: “Dada 1916, la nascita dell’anti-arte”, al Museo Santa Giulia di Brescia ad esempio, oppure Jean Arp alle Terme di Diocleziano di Roma, città che per tutto l’anno è stata in continuo fermento grazie soprattutto all’iniziativa dell’Accademia di Romania.
In copertina, un’immagine tratta da un evento teatrale di un paio di settimane fa, curato proprio dall’Accademia di Romania al teatro Palladium di Roma: “Tzara arde si Dada se piaptană – Fantoma de la Elsinore” (Tzara brucia e Dada si pettina – il fantasma di Elsinore), per la regia di Ştefana Pop-Curşeu.

Dada è con noi.
Sempre.
Anche se molto spesso non ce ne rendiamo conto.
Viva Dada.

Co.Ma

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